Alle aziende servono nuove competenze per cogliere le opportunità dei Big Data

Serve un data scientist, un ibrido tra analista e uomo business, oltre che una diversa cultura d’impresa per usare i dati e trasformarli in fattori competitivi. Intervista a Vincenzo Cosenza

Abbiamo parlato di big data, ovvero la mole dei dati che viene raccolta e sintetizzata nelle migliaia di piattaforme high tech con cui quotidianamente ci interfacciamo. Dallo smartphone al computer. La fotografia che racconta Vincenzo porta al solito denominatore, comune: la strada dell’innovazione in Italia è percorsa da tanti, troppi ostacoli. Soprattutto culturali.
 

L’enorme mole di dati prodotti dalla nostre attività tecnologiche – cellulari, tablet, computer – possono essere un potenziale di crescita per le imprese. Mancano – ed è la tua denuncia – risorse umane adeguatamente preparate.
La figura che sarà sempre più richiesta è quella del cosiddetto "data scientist" che rappresenta un interessante ibrido tra un analista dei dati e un uomo di business. Quindi una persona che magari ha background scientifico (statistico, matematico, economista), potenziato da una capacità di interpretare i numeri (disomogenei e provenienti da fonti diverse) in maniera originale, avendo ben compreso i problemi del business.
Dunque un professionista in grado di guardare ai numeri da prospettive diverse, facendo emergere insight e pattern nascosti.
 

La cultura d’impresa italiana è scarsamente propensa all’innovazione. Questo atteggiamento quanto influisce sul corretto uso dei big data e quali argomenti servono per convincere le aziende al cambiamento?
La scarsa propensione all’innovazione porta a leggere i dati con lenti vecchie. Inoltre molte aziende tengono d’occhio solo alcune tipologie di dati, per esempio quelli provenienti dai sistemi di Crm tradizionali, mentre non considerano la miniera d’informazioni (esperienze d’uso, abitudini, emozioni) che ogni giorno i clienti condividono in rete. Ho paura che l’unico modo per convincere le aziende più arroccate su posizioni di retroguardia sia mostrare loro il successo che i loro concorrenti più innovativi stanno avendo con nuovi approcci.
 

La disponibilità dei dati dalle pubbliche amministrazioni ha più un valore etico – nel senso di trasparenza – o economico, nel senso di stimolo per la crescita di start up?
Entrambi: il valore etico è immediatamente percepibile, ma non stimola abbastanza al cambiamento, quello economico è di più difficile dimostrazione, ma può essere un forte veicolo d’innovazione. Iniziano a emergere tanti esempi di start up e anche di amministrazioni che creano servizi utili grazie all’uso creativo di dati provenienti da fonti diverse. Ad esempio la città di Chicago, che si è dotata di un data scientist, ha creato un servizio che combinando i dati sull’illuminazione cittadina e quelli della criminalità ha permesso di scoprire che le aree meno illuminate erano più soggette a crimini. Con un piccolo investimento sono riusciti a illuminare meglio alcune zone e ad abbassare il tasso di criminalità.
 

Oltre all’accesso al credito, cosa serve in Italia per avviare un processo d’innovazione competitiva?
Penso serva una maggiore cultura dell’innovazione e del rischio da parte degli imprenditori, che sia però supportata dall’intero sistema paese. Troppo spesso si ha paura di fallire e non s’innova perché in Italia il fallimento è una macchia indelebile, mentre nelle culture anglosassoni è il primo passo per il successo.
 

In occasione di State of the Net hai presentato la situazione nel nostro paese circa l’uso delle piattaforme digitali. Cosa ti ha colpito di più nell’analisi, positivamente e negativamente?
Emerge sicuramente una parte dell’Italia che utilizza quotidianamente e sempre più consapevolmente le nuove piattaforme di comunicazione, ma al tempo stesso c’è ancora una parte maggioritaria della popolazione che, pur avendo la possibilità teorica di accedere alla rete, non ha gli stimoli culturali per farlo.
Un digital divide culturale e non solo tecnologico.
 

Fabio Cavallotti @starthappy_it

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