Basilea III, nessuna stretta sul credito

L'accordo introduce effetti diluiti nel tempo e avrà un impatto lieve sul Pil. In realtà le nuove misure potranno limitare il rischio liquidità delle banche

articolo tratto da Lavoce.info

L’accordo di domenica tra i governatori delle banche centrali ha suscitato molte reazioni, spesso in contrasto tra di loro. Da un lato, gli ambienti bancari e industriali si trovano, per una volta, alleati nel sostenere che Basilea III avrà un impatto restrittivo sull’economia, poiché provocherà una stretta creditizia che a sua volta “strozzerà” la ripresa sul nascere. In realtà, l’impatto restrittivo di breve periodo, legato alla fase di transizione, sarà limitato, soprattutto se confrontato con i benefici di lungo periodo. Dall’altro lato, le autorità presentano l’accordo come adatto a garantire la stabilità finanziaria. A ben vedere, l’accordo si muove nella giusta direzione, ma è ancora troppo poco, consentendo che elevati rischi di instabilità continuino a essere presenti ancora per molti anni nel sistema finanziario mondiale.

Cos’è Basilea III
Basilea III prevede un aumento del rapporto tra il capitale di una banca e le sue attività ponderate per il rischio: queste sono i prestiti e i titoli che la banca detiene, ciascuno moltiplicato per un “peso” tanto più alto quanto maggiore è la sua rischiosità. Il capitale è una garanzia di stabilità, perché assorbe le eventuali perdite di valore dell’attivo (dovute ad esempio al fatto che un debitore non restituisce i soldi che la banca gli ha prestato); quanto maggiore è il capitale, tanto minore è la probabilità che una banca fallisca. La misura più importante approvata domenica richiede che il capitale ordinario (azioni emesse e utili accantonati) debba essere pari ad almeno il 7 per cento dell’attivo ponderato, rispetto all’attuale 2 per cento. Se una banca non rispetterà questa soglia minima, subirà restrizioni nella distribuzione di dividendi agli azionisti e di bonus ai manager. L’inasprimento del requisito di capitale ordinario è significativo. Tuttavia, è diluito in un lungo periodo di transizione: il nuovo vincolo sarà a regime solo nel 2019.

Lo stesso Comitato di Basileaha quantificato l’impatto di un inasprimento del requisito patrimoniale. Secondo le sue stime, un aumento di un punto percentuale del livello minimo di capitale, introdotto nell’arco di quattro anni, porterebbe a una minore crescita del Pil pari allo 0,2 per cento e a un incremento del costo del credito bancario di 15 centesimi di punto. Questi effetti si produrrebbero alla fine del periodo di transizione e sarebbero temporanei, essendo dovuti alla fase di aggiustamento del sistema bancario alle nuove regole; sono quindi destinati a svanire successivamente. L’accordo di domenica prevede sì un aumento del livello minimo di capitale ordinario di cinque punti, ma concede alle banche un periodo di otto anni per adeguarsi. Ciò significa che avranno il tempo per rispondere alla nuova regolamentazione incrementando gradualmente la propria base azionaria e accantonando utili, piuttosto che riducendo il credito disponibile all’economia. In ogni caso, la più pessimistica previsione attribuirebbe all’inasprimento del requisito patrimoniale la capacità di portare a una temporanea minore crescita del Pil di un punto percentuale (0,2% * 5) fra otto anni.

Troppa timidezza
L’impatto restrittivo di Basilea III è quindi molto dilazionato nel tempo e non dovrebbe interferire con le prospettive di ripresa attuali (se sono deboli nel nostro paese, è per altri motivi). Ma soprattutto, il costo transitorio va confrontato con i benefici di lungo periodo.
La crisi recente ci ha insegnato che i costi dell’instabilità finanziaria possono essere molto elevati: le reazioni a catena scatenate dalla crisi dei mutui subprime del 2007 sono costate all’Italia una contrazione del Pil di cinque punti percentuali l’anno scorso.

L’accordo di Basilea III va nella giusta direzione: punta a ridurre la probabilità che una crisi come quella recente si ripeta in futuro. Lamentarsi dei costi da sostenere durante la fase di transizione rivela una notevole miopia.
Piuttosto, bisogna dire che quella direzione è stata presa con troppa timidezza. Non solo per la lunghezza del periodo di transizione, che consente alle banche di procrastinare nel tempo la necessaria ricapitalizzazione, ma soprattutto perché fornisce indicazioni ancora vaghe su due problemi cruciali.

Primo, l’esistenza di un requisito patrimoniale (Basilea I e II), definito come rapporto minimo tra capitale e attivo ponderato per il rischio, non ha impedito a molte banche di raggiungere una leva altissima, accumulando un attivo non ponderato per un valore pari a molte decine di volte rispetto al capitale. Ciò ha creato una situazione molto pericolosa, accrescendo il rischio di insolvenza e generando come reazione una rapida riduzione della leva dopo lo scoppio della crisi; proprio questo processo di de-leveraging ha contribuito a estendere l’ampiezza della recessione. (…) Perciò è urgente introdurre un limite alla leva (leverage ratio). Questo è stato invece individuato solo in via preliminare, rinviandone la definizione al 2017, in previsione della sua entrata in vigore nell’anno successivo (nei prossimi anni verrà testato un limite alla leva – definita come rapporto tra totale attivo non ponderato e Tier 1 capital – pari al 33,3 per cento).

Il secondo problema è legato al rischio di liquidità. Ancora una volta la crisi scoppiata tre anni fa è stata illuminante. Fin dal suo inizio, ha messo in evidenza la difficoltà di molte istituzioni finanziarie a reperire con la dovuta rapidità le risorse liquide necessarie per fare fronte alle passività a breve termine. Ciò ha spesso costretto gli intermediari a vendere attività poco liquide, aggravandone la caduta dei prezzi e innescando in una spirale negativa. Le banche centrali sono intervenute massicciamente per arginare questa spirale, ma con successi limitati e ritardati nel tempo. È necessario quindi limitare il rischio di liquidità a cui una banca si può esporre. Su questo fronte l’accordo di domenica si limita a dire che l’anno prossimo inizierà un periodo di osservazione, in vista dell’introduzione di un coefficiente di liquidità nel 2015, senza specificare neppure in via preliminare un criterio quantitativo: troppo poco per una questione così cruciale.

Angelo Baglioni

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