Bankitalia? A pagare sono ancora gli italiani. Ecco perchè

Dopo il caos alla Camera sul decreto, vediamo in cosa consiste la rivalutazione

Mentre i commenti del giorno dopo si concentrano sullo scontro politico, sulla "tagliola" agli interventi parlamentari applicata per la prima volta nella storia dal presidente della Camera Laura Boldrini, sul "Boia chi molla" e il "Bella Ciao", agli italiani interessa capire cosa contenesse effettivamente il decreto che, oltre a ratificare la cancellazione della seconda rata Imu, dava il via libera alla rivalutazione delle quote della Banca d’Italia. E non sono buone notizie.
 
LA RIVALUTAZIONE – Le quote del capitale della Banca d’Italia sono formalmente detenute al 94,33 percento dagli istituti di credito italiano: il valore del capitale è rimasto quello della data di fondazione (negli anni Trenta), ossia 300 milioni di lire convertiti oggi in 156 mila euro e suddivisi in 300 mila quote da 52 centesimi. Il governo ha stabilito – ignorando peraltro una norma del 2005 che prevedeva il ritorno della Banca d’Italia in mano pubblica – che quella cifra andasse rivalutata a 7,5 miliardi, in virtù dello studio condotto da un collegio di esperti. In teoria le banche aumentano il loro livello di capitalizzazione in vista delle nuove norme europee (secondo alcuni in vista dello "stress test" che la Bce prepara per le banche europee) e lo Stato incassa la tassazione sulle plusvalenze. Fatta la rivalutazione, infatti, le banche potrebbero iscrivere a bilancio il valore rivalutato delle quote generando quindi una plusvalenza finanziaria complessiva che va dai 4 ai 6 miliardi. Plusvalenza che tuttavia non sarà tassata come una normale plusvalenza finanziaria.
 
LA TASSAZIONE – Con quali soldi le banche coinvolte nella rivalutazione pagheranno l’imposta sulle plusvalenze? Vista la precaria situazione finanziaria dovranno fare ricorso alle linee di credito concesse dalla Banca Centrale Europea mediante le operazioni di rifinanziamento. Ma c’è di più, perchè grazie ad un emendamento in Senato la tassazione della plusvalenza sarà all’aliquota di favore del 12% (e non il 20% come tutte le altre rendite finanziarie, nè il 16% come inizialmente proposto dal governo), per cui l’incasso per l’erario sarà probabilmente di soli 900 milioni e non di un miliardo e mezzo.
 
IL TETTO DEL 3% – Il decreto fissa altresì un tetto massimo alla partecipazione delle banche private in Bankitalia: il 3%. Ma grazie ad un altro emendamento discutibile è affidata alla stessa Banca centrale la possibilità di ricomprare le altrui quote in eccesso e poi eventualmente rivenderle. La questione riguarda soprattutto Intesa Sanpaolo, che ha un 27,3% di troppo, e Unicredit, che dovrà disfarsi di un 19,1%. Soldi che arriveranno dunque dalla Banca d’Italia e che gli istituti di credito privati potranno immediatamente mettere a bilancio. Facendo un esempio concreto: Banca Intesa potrà cedere il 21,8% delle proprie quote incassando da Via Nazionale il 21,8% della forchetta di 5-7 miliardi: una somma compresa tra 1 e 1,5 miliardi di euro. E’ dunque evidente chi veramente pagherà per la creatività del governo: pagherà la Banca d’Italia, e quindi gli italiani, con le riserve accumulate. Che in un momento come quello attuale potrebbero essere utilizzate in ben altri modi.
Bankitalia? A pagare sono ancora gli italiani. Ecco perchè
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