Banche sotto accusa per le commissioni sul rosso. Via libera alla class action

Al via la richiesta di risarcimento collettivo per le commissioni per scoperto di conto ritenute illegittime. Un successo per il nuovo strumento di tutela dei consumatori

Piccola grande vittoria per i correntisti italiani. La Corte d’appello di Torino ha ammesso la class action presentata da un gruppo di clienti di Intesa Sanpaolo e da Altroconsumo contro la stessa banca  per le commissioni di scoperto sul conto corrente. Un successo anche più ampio se si considera che questa è la seconda, e forse la più importante, azione collettiva (class action, appunto) ritenuta ammissibile a quasi due anni dalla sua introduzione in Italia.

La richiesta di risarcimento riguarda le commissioni per scoperto di conto (Csc) fatte pagare dalla banca sui conti privi di fido, cioè di una concessione di credito (in pratica la possibilità di andare in rosso per una certa misura) concordata all’apertura. Si tratta in realtà di un balzello uscito dalla porta e rientrato dalla finestra.

Una gabella morta e risorta

In origine si chiamava “commissione di massimo scoperto” (Cms) e veniva applicata dalla banca per la punta massima di di “rosso” raggiunta nell’arco di un determinato periodo (generalmente il trimestre). La Cms si aggirava in media sull’1-1,2% a trimestre (che significa 4-5% annuo). In quanto “commissione”, appunto, non era calcolata tra gli interessi passivi – cioè quelli che il cliente deve normalmente pagare alla banca quando va in rosso – ma si aggiungeva ad essi. Un balzello ritenuto iniquo e abolito per legge nel 2009.

Ma le banche non si sono arrese. Rinunciare a un introito, specie in tempi di crisi, non è facile. E fatta la legge, trovato l’imbroglio: se la norma vieta testualmente la commissione di massimo scoperto basta cambiarle nome. E così il viene ribattezzato in vari modi: “commissione disponibilità fondi”, “corrispettivo sull’accordato”, “spese per sconfino” o anche semplicemente “commissioni per scoperti di conto”…

Si può ancora aderire alla richiesta di risarcimento

La Corte d’appello di Torino, respingendo la decisione di primo grado, ha ritenuto che la class action non possa essere bloccata sul nascere, come richiesto da Intesa Sanpaolo. Ora la palla torna al tribunale di Torino che dovrà decidere tempi e modalità di pubblicità dell’azione e di raccolta delle adesioni.

Trattandosi di una azione collettiva, infatti, anche altri interessati possono salire sul treno in partenza. Altroconsumo ricorda a tutti i correntisti della banca, che dopo il 15 agosto 2009 (data dalla quale si considera illegittimo il prelievo) hanno trovato sull’estratto conto questo addebito, la possibilità di aderire alla class action per ottenere il risarcimento. Basta compilare il modulo di pre-adesione sul sito dell’associazione di difesa dei consumatori.

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