Banche e risparmiatori, parte da Obama la rivoluzione della finanza globale

Mentre l'America approva la riforma globale del sistema finanziario, da noi nemmeno il tasso di un prestito è davvero "globale"

Si può essere d’accordo con con la sua azione oppure no. Ma non si può certo dire che Barack Obama sia politicamente “timido”. Finora i suoi interventi sono stati “epocali”. In meno di due anni di mandato ha messo in campo una mega-manovra di stimolo all’economia da 862 miliardi di dollari (30 volte più grossa di quella del nostro governo), ha varato la riforma del sistema sanitario, rompendo uno dei “tabu” della politica sociale Usa, e ora ha approvato la riforma del sistema finanziario, così “agli americani non verrà mai più chiesto di pagare il conto degli errori di Wall Street”.

Una firma già definita storica. La riforma finanziaria americano è la più ambiziosa dai tempi della Grande Depressione degli anni ’30. Nel presentarla, il presidente Usa ha parlato di “una vittoria per ogni americano rimasto vittima dell’avventatezza e dell’irresponsabilità che hanno provocato la perdita di milioni di posti di lavoro e di migliaia di miliardi di ricchezza”.

La riforma della finanza, in sostanza mette dei paletti precisi alle attività delle banche: limita la possibilità di scommettere su attività rischiose e di effettuare trading sui derivati, rivede le regole per i mutui e per le carte di credito, crea una nuova agenzia per la tutela dei consumatori  in seno alla “Federal Reserve”, dà al Governo nuovi poteri per ridimensionare e chiudere società a rischio di fallimento, incarica un Comitato di monitorare i problemi del sistema finanziario.

Banche italiane, interventi “in proporzione”

Fa eco da quest’altra parte dell’oceano – per pura coincidenza – una dichiarazione analoga. “Dev’essere fatto uno sforzo in più dal sistema bancario italiano per ridurre le spese a carico dei consumatori e garantire loro una maggiore trasparenza”. Lo dice la deputata leghista Silvana Comaroli presentando una proposta di legge in materia bancaria. Ma mentre l’America rivoluziona le regole di costruzione dell’intero edificio finanziario, da noi gli interventi si limitano a piccoli correttivi.

“La proposta – spiega la deputata  – è di porre a carico dell’intermediario e non del consumatore gli oneri che sono esclusi dal calcolo del Taeg, il tasso annuo effettivo globale che è l’indicatore di tasso di interesse di un’operazione di finanziamento (es. un prestito, l’acquisto rateale di beni o servizi)”. In altre parole, i costi che non rientrano comunque nel tasso “effettivo globale” dovrebbero essere, secondo questa proposta di legge, a carico della banca.

La “globalità” dell’intervento nostrano rispetto a quello Usa è evidente. A cominciare dalla domanda (ingenua): perché si chiama “tasso effettivo globale” se non comprende tutti i costi? (A.D.M.)

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