Le banche puntano sul “rosso”: tornano le commissioni sullo scoperto

Si chiamano "commissioni di affidamento", di "disponibilità fondi" o "spese per sconfino". Ma sono sempre la stessa cosa: costi sul passivo in conto corrente. Aboliti dalla legge e reintrodotti (con altri nomi) dalle banche

Le banche italiane non perdono né il pelo né il vizio. Sono uscite relativamente indenni dal terremoto finanziario che circa un anno fa ha abbattuto molti colossi bancari internazionali. E nonostante questo continuano a fare utili (anche) con comportamenti poco corretti nei confronti dei loro clienti e anche in violazione della legge, come denunciano le associazioni dei consumatori.

Un caso eclatante è quello delle sorti della commissione di massimo scoperto (Cms), un costo che in teoria dovrebbe essere stato abrogato da una legge del 2009 ma in pratica continua ad aggirarsi nell’estratto conto sotto mentite spoglie.

Una gabella morta…
Il Cms era una commissione che la banca applicava sulla tenuta del conto corrente per la punta massima di scoperto, cioè di “rosso”, raggiunta nell’arco di un determinato periodo (generalmente il trimestre), per i clienti privi di “fido”, cioè senza un margine di scoperto consentito. La Cms si aggirava in media sull’1-1,2% a trimestre (che significa 4-5% annuo).

In quanto “commissione”, appunto, non era calcolata tra gli interessi passivi – cioè quelli che il cliente deve normalmente pagare alla banca quando va in rosso – ma si aggiungeva ad essi. All’inizio dell’anno scorso il decreto anticrisi (la legge n. 2/2009, art. 2-bis), ha abolito la Cms per gli scoperti che non superano i 30 giorni. Restano sempre dovuti, ovviamente, gli interessi passivi.

... e risorta
Ma le banche non si sono arrese. Rinunciare a un introito, specie in tempi di crisi, non è facile. E fatta la legge, trovato l’imbroglio: se la norma vieta testualmente la commissione di massimo scoperto basta cambiarle nome. E così il balzello viene ribattezzato in vari modi: “commissione disponibilità fondi“, “corrispettivo sull’accordato“, “spese per sconfino“, “corrispettivo disponibilità creditizia“.

Ma non basta. Oltre alla beffa c’è anche il danno. Infatti, come segnala la stessa Autorità antitrust, i nuovi balzelli sono anche più pesanti della vecchia Cms:  “Le nuove condizioni economiche si presentano quasi sempre peggiorative in termini d’esborso economico per i clienti rispetto alla Commissione di massimo coperto e alle altre voci di costo in precedenza previste”.

Ma a quanto ammontano concretamente questi nuovi costi? Vediamolo.

Fino a mille euro di commissione
Il settimanale Il salvagente ha rilevato la varietà e l’entità di questi costi in sei principali banche italiane. Eccoli (si consideri che tutti questi costi sono in presenza di fido):

Unicredit:
– tasso debitore effettivo annuo: 13,757%,
– commissione disponibilità fondi: 0,50% trimestrale.

Banca Intesa:
– tasso debitore effettivo annuo:12,550%

Monte dei Paschi di Siena:
– tasso debitore effettivo annuo: 13,208%
– corrispettivo sull’accordato: 0,50% trimestrale.

Bnl-Bnp Paribas:
– tasso debitore effettivo annuo: 12,879%
– commissione di affidamento: 0,5%
– spese merito creditizio: da 50 a 1.000 euro in base alla cifra accordata.

Banca Popolare di Milano:
– tasso debitore effettivo annuo: 12,551%
– commissione: 1%
– spese istruttoria: 330 euro (annui)
– spese conteggio interessi passivi: 33,50 euro (trimestrale).

Banca Popolare di Lodi:
– tasso debitore effettivo annuo: 12,387%
– corrispettivo disponibilità creditizia: da 0,50% (fino a 3.000 euro di affidamento) a 0,25% (oltre 10.000 euro).

Tutto questo, peraltro, in un periodo in cui tutti i tassi ufficiali stanno bruscamente scendendo.

La difesa dei consumatori
Una situazione che ha spinto tre associazioni di consumatori e utenti – Adiconsum, Adoc e Lega Consumatori – a chiedere l’intervento del Parlamento, invitando nel frattempo i cittadini a presentare un reclamo scritto alla propria banca e, in caso di risposte insoddisfacenti, a presentare ricorso all’Arbitro Bancario Finanziario. (A.D.M.)

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