Aumenta il costo del denaro, è allarme mutui. Ma non sempre giustificato

Il tasso Bce sale di un quarto di punto e la rata dei mutui variabili aumenta. Ma passare al fisso non conviene. E i tassi non cresceranno all'infinito

Come annunciato da tempo, è arrivato il secondo giro di vite dell’anno sul costo del denaro. La Banca centrale Europea (Bce) ha aumentato il tasso di interesse a breve di un quarto di punto portandolo dall’1,25% fissato lo scorso aprile all’1,5%. Ciò significa che “comprare denaro”, cioè indebitarsi, ora costa di più. La Bce, nonostante le polemiche, continua a fare ciò per cui è “programmata”: tenere sotto controllo l’inflazione. Il presidente Trichet ha giustificato il rialzo col fatto che l’inflazione nell’Eurozona viaggia a un ritmo medio del 2,7% annuo, molto al di sopra dell’obiettivo prefissato del 2%.
 
Mutui variabili, 12 euro in più al mese

Il primo effetto concreto della stretta sarà avvertito da chi sta pagando le rate di un mutuo a tasso variabile per la propria abitazione, cioè quasi il 40% degli italiani. Un effetto diretto per i (pochi) mutui indicizzati al tasso Bce, ma che verrà avvertito anche dai mutui legati al tasso euribor (che sono la stragrande maggioranza).

Un rincaro di 12 euro al mese (144 euro l’anno), ogni 100mila euro di mutuo con un mutuo ventennale, cioè un aumento del 2,5% circa, stando ai calcoli del Sole 24 Ore. Ma se la durata è di 30 anni, la rata mensile sale di 13 euro e l’aumento complessivo è del 3,5%.

Un aumento per ora contenuto che comunque fa parte dei rischi impliciti nella scelta di un tasso variabile. Gli effetti sarebbero meno trascurabili se la Bce decidesse di continuare ostinatamente sulla strada della politica monetaria restrittiva. Alcune voci e le parole dello stesso Trichet lasciano presagire nuovi ritocchi all’insù nei prossimi trimestri.
 
Ma il fisso costa ancora di più

Le preoccupazioni di chi ha un mutuo variabile possono essere comprensibili, ma le alternative per ora non sono vantaggiose. Passare ora a un tasso fisso (approfittando delle nuove norme proposte dal governo) significa nell’immediato pagare di più, anche molto di più. Nonostante le prospettive di rialzo, infatti, l’euribor resta molto più basso dell’Irs, l’interest rate swap, che è il riferimento per i mutui a tasso fisso. Attualmente infatti:

  l’euribor a 3 mesi (riferimento per il tasso variabile) è all’1,60%,

  l’Irs a 20 anni (riferimento per il tasso fisso) è al 3,84%.

Certo, si può decidere di pagare di più subito per mettersi al riparo da probabili aumenti futuri. Ma ammesso (e non concesso) che la tendenza sia quella di una lunga risalita dei tassi, quanto tempo deve passare ai ritmi di crescita del tasso Bce di 0,25% alla volta per raggiungere i livelli dell’Irs?

Nella scelta di cambio conta quindi, innanzitutto, la durata residua del mutuo: se mancano pochi anni non conviene. Il resto sono perlopiù motivazioni di tipo psicologico legate anche alle condizioni economiche della famiglia attuali e prevista.

Va detto, peraltro, che molti economisti non vedono probabile una risalita a lungo termine dei tassi perché la crisi economica, soprattutto nei paesi periferici dell’Eurozona (tra cui l’Italia), non accenna ad allentare la presa. Questo significherebbe bloccare ulteriormente le possibilità di ripresa e “spaccare” l’Europa, con rischi troppo alti per tutti. (A.D.M.)

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