Coronavirus, arrivano gli Eurobond? Cosa sono e come funzionano

Ci voleva una emergenza sanitaria senza precedenti per riaprire la strada all'emissione di bond "comuni".

Si è tanto parlato degli Eurobond, inutilmente, perché ogni volta qualche Paese dell’Eurozona ha posto il muro su questa possibilità. Ci voleva una emergenza sanitaria senza precedenti per riaprire la strada all’emissione di bond “comuni”. La proposta è arrivata mercoledì, 17 marzo 2020, dal Premier Giuseppe Conte, per trovare una soluzione “accettabile” allo sforzo economico imposto dall’emergenza coronavirus.

Ecco che si parla insistentemente in questi giorni di “corona bond”, uno strumento che sembrerebbe aver trovato per ora un certo consenso in ambienti europei, perché consentirebbe agli Stati membri di finanziare le spese straordinarie necessarie per la sanità, per l’acquisto di dispositivi medici e mascherine, per fronteggiare la crisi delle imprese e sostenere le famiglie in una fase di grande difficoltà.

Ma che cosa sono gli eurobond? E perché sinora hanno trovato ostacoli insormontabili?

Tutto ha a che vedere con l’Unione fiscale, un progetto mai realizzato che, anzi, ha trovato l’opposizione di Paesi più floridi a livello di finanze pubbliche e con debito più contenuto. Fra questi, come noto, la Germania di Angela Merkel che si è sempre messa di traverso.

Dal canto suo la BCE non ha l’autorità di acquistare titoli di Stato di nuova emissione, può solo effettuare acquisti sul secondario grazie allo scudo salva-Spread, come avvenuto ieri a mercati aperti, quando il differenziale dei nostri BTP è arrivato a sfondare i 300 punti. Francoforte può poi intervenite con i consueti strumenti di politica monetaria – lo strumento dei tassi d’interesse (ormai limitato) ed il Piano di Quantitative Easing (sempre più imponente) – per tentare di calmierare i tassi d’interesse nell’ambito dell’Eurozona e, di conseguenza, far scendere gli Spread.

La possibilità di ricorrere a eurobond, ovvero a bond “comuni”, implicherebbe una coesione delle politiche fiscali che non è mai stata raggiunta, un fattore di debolezza che ha messo in luce tutti i limiti dell’Unione economica e monetaria e la sua “attaccabilità” da parte della speculazione, che si accanisce sui Paesi più fragili dal punto di vista fiscale.

L’Italia è fra questi, a causa del suo elevatissimo debito pubblico, che ha raggiunto un livello tale da accrescere il rischio che non si riescano a pagare gli interessi. Un fattore che disincentiva gli investitori internazionali dall’acquistare BTP, se non a tassi più alti per compensare il maggior rischio assunto, ma questo non fa che accrescere la sua spesa per interessi ed il rischio default, portando i rendimenti dei titoli di Stato italiani ed ilsuo Spread sempre più in alto. Un circolo vizioso che si può interrompere solo con il rigore fiscale, limitando il deficit e riportando il debito su un percorso di rientro entro una certa percentuale del PIL. In altre parole il sentiero indicato dal Patto di stabilità.

Ecco allora che la sfida posta dall’emergenza sanitaria e l’arrivo dei “corona bond”, emessi eventualmente dalla Banca Europea per gli Investimenti, per finanziarie tutte le spese destinate all’emergenza da non includere nel deficit, potrebbe riaprire la strada agli Eurobond, costituendone un “antenato” ed un precedente importante per disegnare il futuro dell’Unione fiscale.

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