Armi, un business che non conosce crisi. In Italia ‘oltre 23 miliardi di euro destinati alla Difesa’

La Spending review sui militari prevede solo tagli al personale, ma lascia intatti gli investimenti. Le cifre e gli interessi di un business miliardario raccontato da Francesco Vignarca

Ministeri, si taglia. Anche la Difesa deve fare la sua parte, e in vista dell’attuazione dalla spending review, il consiglio dei ministri, su proposta del ministro Di Paola, ha appena approvato un regolamento per la riduzione degli organici delle Forze armate pari a 20mila unità (esclusi Carabinieri e Capitanerie di porto).
Ma gli armamenti non si toccano e gli impegni per gli acquisti vengono mantenuti tanto che “nel 2012 l’Italia destinerà al comparto della difesa oltre 23 miliardi di euro“. La cifra emerge dall’indagine compiuta da tre giornalisti nel libro “Armi, un affare di stato” (ed Chiarelettere), dove leggiamo che il mercato delle armi è cresciuto del 50 per cento negli ultimi dieci anni ed è una macchina capace di divorare a livello mondiale oltre 1700 miliardi di dollari all’anno.

Come mai il comparto delle armi è un business in continua ascesa, tanto che nessun governo pare abbia intenzione di contenerlo? Lo abbiamo chiesto a Francesco Vignarca, uno degli autori del volume, che ci spiega: «Le armi sono un vero e proprio affare di Stato: tutti pensano che nel business degli armamenti il problema sia rappresentato dai trafficanti e da quelli che smerciano illegalmente. In realtà i veri protagonisti sono i governi, da una parte perché controllano i produttori (che hanno con un giro di affari di oltre 400 mld di dollari anno) dall’altra perché sono coloro che prendono e acquistano veramente». Sfatato questo luogo comune, Vignarca prosegue: «I soldi vengono spesi a vantaggio di un’unica consorteria, che comprende politici, industriali ed esponenti dell’esercito. Con palesi conflitti di interessi: capita non di rado che uomini degli alti comandi che svolgono ruoli strategici nel definire gli appalti, finiscano la propria carriera con poltrone di prestigio nelle fabbriche fornitrici dell’esercito. Inoltre la prima fonte di finanziamento delle imprese che lavorano nel campo della difesa è data dagli anticipi dei clienti. Cioé lo Stato. E quando lo Stato è anche l’azionista di riferimento, come nel caso di Finmeccanica, copre il duplice ruolo di committente e venditore».

Ma le armi non si acquistano come il pane… non è richiesta un’autorizzazione parlamentare per procedere? «Sì, ma la legge è inadeguata. Il controllo del Parlamento è minimo a fronte di impegni decennali di forte impatto – sia per gli strumenti adottati che per la spesa. In molti casi, quando si tratta di stanziamenti ordinari di bilancio, si procede con un ‘assenso preventivo’. Il ministro deve acquisire il parere delle commissioni parlamentari competenti, prima di avere il nulla osta per l’acquisto dal Parlamento. Ma se entro tre mesi le commissioni non si pronunciano, è sottinteso che non vogliono esprimersi. E una volta che un progetto è partito non resta che metere mano al portafoglio».

E sicuramente la mano che paga dovrà darsi da fare, dal momento che, come si legge nel volume citato, “per il 2012 sono previsti rilevanti programmi di armamento, come il completamento dell’acquisto di 121 velivoli Eurofighter (un programma stimato 18,1 miliardi, di cui 50 pagati quest’anno); il discusso programma di acquisto degli F-35 (470 milioni nell’anno); 100 elicotteri di trasporto tattico Nh-90 (per i quali, nel 2012 il conto è di 416 milioni. Sono invece 170 i milioni di euro previsti solo nel 2012 per quattro sommergibili U-212 e un residuo di 17 milioni per il programma di acquisto di 249 blindati Freccia“.

Non solo acquisti. A quanto ammontano le esportazioni ‘armate’ del Belpaese? «L’Italia – risponde ancora Vignarca- ha venduto armi per 3,2 miliardi di dollari in cinque anni, dal 2007 al 2011 ed è oggi il quinto produttore mondiale, che esporta in molti Paesi (tra cui la Libia, il Pakistan, l’India e altri Stati ‘caldi’ del Medio Oriente). Niente male per un Paese che nella sua Costituzione dichiara di ripudiare la guerra». (L.F.)

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