Armi, auto e migranti: così la Turchia di Erdogan tiene in scacco l’UE

L’Unione europea condanna a gran voce l’attacco ai curdi siriani ma nei fatti ha le mani legate con la Turchia che minaccia di aprire le porte agli oltre 3 milioni di rifugiati siriani

Altro che passo indietro, Erdogan alza ancora il tiro. “Non dichiareremo mai cessate il fuoco”: non tarda ad arrivare la risposta del presidente turco  a Donald Trump, che nelle scorse ore si era detto “pronto a distruggere rapidamente l’economia turca” chiedendo ad Ankara di interrompere le operazioni militari in Siria. 

E mentre dal confine turco-siriano continuano ad arrivare  immagini e testimonianze che raccontano solo in parte la drammaticità di quanto sta accadendo, non può non saltare agli occhi l’ambiguità del rapporto tra Bruxelles e Ankara. Partiamo, come ricordato più volte in queste ore, dai  6 miliardi di euro pattuiti nel 2016 per trattenere 3,6 milioni di profughi siriani entro i confini turchi con l’Unione europea che pensava di aver risolto una bella grana e invece ha letteralmente consegnato nella mani di Ankara l’arma del ricatto, subito usata.  “Apriremo le porte a 3,6 milioni di rifugiati siriani e li manderemo da voi”, ha minacciato immediatamente Erdogan rispondendo  a chi ha parlato di “invasione” o “occupazione”.

MIGRANTI – C’è anche chi ha tirato fuori la trattativa in stallo ma ancora in corso per la contestata adesione della Turchia all’Unione Europea. Quando gli venne riconosciuto lo status di Paese candidato, annessi diversi miliardi di euro sono confluiti verso Ankara attraverso strumenti come l’Ipa, l’Instrumentum per Pre-Accession, un pacchetto di misure finanziate da Bruxelles per favorire l’avvicinamento del Paese ai requisiti economici richiesti in vista del possibile ingresso turco in Ue.  Quasi 11 miliardi elargiti a partire dal 2002 ai quali, per l’appunto, vanno a sommarsi i 6 per la questione migranti che tra l’altro Ankara, stizzita, fa sapere di non aver incassato interamente.

AUTO – C’è poi un altro segmento che chiarisce l’interdipendenza fra Ue e Turchia: l’automotive. Tra 2000 e 2018, i costruttori hanno investito sul paese l’equivalente di 15 miliardi di dollari Usa. La produzione di veicoli dei 13 player globali attivi in Turchia è praticamente lievitata: dalle 374mila unità del 2002 agli 1,5 milioni del 2018, trasformando, di fatto,  il paese nel 15esimo produttore automobilistico su scala globale e, il numero cinque in Europa.

ARMI – Altra fetta della torta, è il capitolo sulle armi che chiama in causa, in particolare Germania e Italia. Numeri alla mano infatti, nel 2018,  il Ministero degli Esteri ha autorizzato la vendita di armi alla Turchia per oltre 360 milioni di euro, in forte e costante crescita rispetto ai 266,1 milioni di euro del 2017 ed ai 133,4 del 2016. Al paese di Erdogan sono stati inviati sistemi d’arma, munizioni, bombe, siluri, missili, apparecchiature per la direzione del tiro, aerei, apparecchiature elettroniche, corazzature, equipaggiamenti di protezione, per la visione d’immagini, pezzi fusi e semilavorati, tecnologia per la produzione e sviluppo, software.  La Turchia è il terzo Paese al mondo verso cui l’Italia esporta armi e materiali d’armamento, dopo Qatar e Pakistan.  

Una cifra che cresce, ovviamente, se si prende in esame un periodo di tempo più esteso: “Negli ultimi quattro anni l’Italia, infatti, ha autorizzato forniture militari per 890 milioni di euro e consegnato materiale di armamento per 463 milioni di euro” , sottolinea Francesco Vignarca, coordinatore della Rete Disarmo. Come detto, il business delle armi chiama in causa anche la Germania: basti pensare che nel 2018 le esportazioni tedesche di armi in Turchia ammontavano a 243 milioni di euro, un terzo del totale delle esportazioni di armi. 

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