Argentina ad un soffio dal default: il braccio di ferro con gli avvoltoi

Sarebbe la nona volta che il Paese sudamericano non onora le scadenze dei bond emessi

L’Argentina torna ad un soffio dal default: un copione già visto. Sarebbe la nona volta che il Paese sudamericano non onora le scadenze dei bond emessi ed avverrà nuovamente il prossimo 22 maggio, quando scadrà il periodo di grazia per reperire le risorse necessarie al pagamento dei bond in scadenza per 500 milioni. Un evento che si verificherà se il Governo di Buenos Aires non troverà in tempo un accordo con i creditori internazionali. Si tratta di tre gruppi di investitori, ciascuno in possesso di 100 bond, che non sono disposti ad accettare sacrifici eccessivi, essendo stati attratti dai lauti rendimenti offerti, e che hanno definito la proposta di ristrutturazione avanzata da casa Rosata “inaccettabile”.

L’ULTIMATUM
L’ultimatum dl governo peronista di Alberto Fernandez scadeva ieri, ma secondo gli esperti le trattative con i creditori internazionali, che detengono cinque serie di bond in dollari e cinque serie in euro, con scadenze comprese fra il 2020 ed il 2047, andranno avanti ad oltranza, almeno fino alla scadenza ultima del 22 maggio, quando formalmente scatterà il default (fallimento).

UN DEBITO PUBBLICO MONSTRE
L’Argentina ha un debito pubblico enorme di 323 miliardi di dollari, pari all’88% del PIL, destinato ad asplodere nell’arco di pochissimi anni. Una parte di questo debito – circa 69 miliardi – è in mano a creditori stranieri, denominato in altre valute (euro e dollari. Fra i finanziatori c’è anche il Fondo Monetario Internazionale, che ha una esposizione di 44 miliardi di dollari verso l’Argentina.

PERCHE’ FALLIRE?
Quella del default dell’Argentina è una storia che si ripete per un Paese dilaniato dalla crisi economica, che si è dimostrato incapace di gestire la spesa, anche durante il cambio di guardia di Macrì, assillato da un debito pubblico eccessivo e vessato dai creditori internazionali. E se questi ultimi sono nient’altro che speculatori – qualcuno li chiama “avvoltoi” a caccia di rendimenti interessanti, il Governo peronista di Casa Rosada è riuscito nel suo intento: far cadere i pesci nella rete. In un momento di tassi bassi ai minimi storici, è stato facilissimo attrarre investitori a caccia di extra rendimenti. Ed ancor più facile sfruttare l’onda dell’epidemia di Covid-19 (che si è sentita pochissimo in Argentina) per chiedere la revisione forzata delle condizioni iniziali, appellandosi proprio alla sproporzione fra i rendimenti dei bond argentini (almeno il 7%) ed i tassi prossimi allo zero offerti dai Bond americani.

LA PROPOSTA “PRENDERE O LASCIARE”
Il piano proposto dal Ministro delle Finanze Martin Guzman qualche tempo fa è lacrime e sangue e prevede una moratoria di 3 anni per la sospensione del pagamento degli interessi ed un taglio della cedola al 2,33%, circa un terzo del rendimento medio ponderato del 7% garantito attualmente sul debito argentino (da considerare poi che il bond a 100 anni emesso sotto la legislazione internazionale garantisce un rendimento addirittura del 7,125%). Il taglio della cedola, in termini di minori interessi pagati, si tradurrebbe in un risparmio di 37,9 miliardi, cui si aggiunge un taglio del 5,4% del capitale (haircut), che vale altri 3,6 miliardi di dollari. Un sacrificio per gli investitori in bond argentini fino al 70% circa del valore nominale degli stessi, che chiaramente è stato definito “inaccettabile”.

IL TERMOMETRO DEL DEFAULT
A render evidente che il rischio default è quanto mai attuale sono i prezzi dei bond argentini, caduti a circa 25 centesimi su un nominale di 100. Un crollo che ha fatto schizzare il rendimento attorno al 20-30% per le varie scadenze. Un tasso che misura l’elevata probabilità di default.

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