Allarme spread. Perché la differenza tra Btp e bund tedeschi è così preoccupante

I nostri titoli rendono di più dei colleghi tedeschi ma non è un buon segno. In finanza più si guadagna, più si rischia. E infatti l'affidabilità del nostro paese è sempre più vacillante per i mercati

Stare sull’orlo dell’abisso e non capirlo. Ci sono “formule” che misurano più di altre lo stato di pericolo della nostra economia, ma che per molti sono arabo. Un caso tipico è l’espressione che sta rimbalzando in maniera allarmante da tutti i media in questi giorni: lo “spread bund-Btp“. Che cos’è? E perché “improvvisamente” è diventato così importante? Cerchiamo di capire la funzione di questo termometro del rischio di default per l’Italia.

Partiamo dalla situazione attuale: secondo gli ultimi dati il differenziale (lo spread, appunto) di rendimento tra i bund tedeschi e i Btp italiani (titoli di stato equivalenti a scadenza decennale) ha segnato un altro record: 266 punti base. Tradotto significa che i titoli italiani offrono un rendimento del 2,66% superiore rispetto ai colleghi tedeschi. Il livello più alto raggiunto dalla nascita dell’euro.

A questo punto la domanda sarebbe legittima: se  i nostri titoli di Stato rendono di più, perché la situazione è così allarmante?

Più si guadagna più si rischia

La risposta sta in una regola d’oro della finanza: il rendimento è sempre direttamente proporzionale al rischio. In parole povere: più un investimento è rischioso più i suoi rendimenti devono essere alti per invogliare le gente a  fare quell’investimento.

Questo vale anche per i titoli di Stato. L’aumento dello spread in realtà è un indice di debolezza del titolo che offre un rendimento maggiore. Lo spread aumenta quando gli investitori preferiscono il titolo emesso da uno Stato più affidabile, in questo caso il bund tedesco. In pratica lo Stato italiano è costretto a “promettere” un rendimento maggiore per invogliare i mercati a investire nei suoi titoli. Al contrario, quando lo spread si riduce significa che la percezione della rischiosità del nostro paese da parte degli investitori sta diminuendo.

Mai così poco affidabili

Ma in cosa consiste l’affidabilità/rischiosità di uno Stato? Sostanzialmente nella possibilità che esso sia in grado o meno di pagare gli interessi sul suo debito, cioè sui titoli di Stato emessi, che non sono altro che dei “prestiti” che lo Stato chiede ai mercati. Si parla di “rischio sovrano“. L’affidabilità di un investimento a lungo termine – come il Btp decennale – dà quindi la misura dello stato di salute di un’economia e di quanto sia schiacciata dal peso del debito pubblico. L’aumento degli interessi sui Btp peraltro crea un circolo vizioso perché aumenta il debito complessivo.

In passato, prima della nascita della moneta unica, lo spread era ben maggiore. Nel 1995 raggiunse quasi il 7%. Ma allora c’erano ancora la lira e il marco e l’indice era “viziato” dal rischio di cambio, cioè dalle oscillazioni di prezzo tra le due valute. E infatti erano i tempi del “supermarco” che raggiunse il tetto delle 1.250 lire e i mercati preferivano le obbligazioni legate alle monete forti.

Ora non abbiamo più “l’alibi” delle valute differenti. La moneta è unica – l’euro – e la differenza sta tutta nel rischio sovrano. Gli investitori temono la montagna del nostro debito pubblico, il più grande d’Europa. Tra i Piigs (l’acronimo un po’ dispregiativo con cui vengono indicati i cinque paesi più vacillanti) la Grecia ha un debito verso l’Europa di 236 miliardi di dollari, il Portogallo di 286 miliardi, l’Irlanda di 867 miliardi, la Spagna di 1.100 miliardi. L’Italia stacca tutti con un debito di 1.400 miliardi. Prestereste dei soldi a qualcuno che ha già i creditori alle porte? (A.D.M.)

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