Allarme sanità, così proprio non va: debito con i fornitori di quasi 23 miliardi di euro

E' il Lazio la regione più indebitata con 3.8 miliardi

(Teleborsa)Guai piuttosto seri per la sanità italiana che ha accumulato un debito con i propri fornitori di 22,9 miliardi di euro. La “bacchettata” arriva dalla Cgia di Mestre. Maglia nera al Lazio, la più indebitata, con 3,8 miliardi di euro: seguono la Campania con 3 miliardi di euro, la Lombardia con 2,3 miliardi, la Sicilia e il Piemonte entrambe con 1,8 miliardi di euro ancora da onorare.  Se, invece, rapportiamo il debito alla popolazione residente, il primato spetta al Molise, con 1.735 euro pro capite. Seguono il Lazio con 644 euro per abitante, la Calabria con 562 euro pro capite e la Campania con 518 euro per ogni residente.

“Sebbene negli ultimi anni lo stock sia in calo – dichiara il coordinatore dell’Ufficio studi della CGIA Paolo Zabeo –  l’ammontare complessivo del debito commerciale del nostro servizio sanitario non è ancora stato ricondotto entro limiti fisiologici. Purtroppo, soprattutto nel Mezzogiorno, le nostre Asl continuano ad essere in affanno con i pagamenti, mettendo così in seria difficoltà moltissime Pmi”.
 
Quali sono le cause che hanno determinato l’accumulazione di un debito così rilevante ?
“Se è noto che le Asl pagano da sempre con molto ritardo – conclude Zabeo – è altrettanto vero che in molti casi le forniture continuano ad essere acquistate con forti differenze di prezzo tra le varie regioni. Se, come ha avuto modo di denunciare la Fondazione Gimbe2, nella sanità italiana si annidano circa 22,5 miliardi di euro di sprechi, è verosimile ritenere che una parte dei ritardi nei pagamenti sia in qualche modo riconducibile alle distorsioni sopra descritte. In altre parole, non è da escludere che in alcune regioni, in particolar modo del Sud, avvengano degli accordi informali tra le parti per cui le Asl o le case di cura impongono ai propri fornitori pagamenti con ritardi pesantissimi, ma a prezzi superiori rispetto a quelli, ad esempio, praticati nel settore privato”.

MALE, MA NON E’ TUTTO DA BUTTARE –Detto ciò, il segretario della CGIA, Renato Mason, puntualizza:
“Nonostante l’ammontare degli sprechi, sarebbe sbagliato generalizzare. E’ importante sottolineare che la nostra spesa sanitaria pubblica è inferiore di un punto percentuale di Pil rispetto a quella francese e di 0,5 punti rispetto a quella britannica. Inoltre, l’ottima qualità del servizio reso a molti cittadini italiani, soprattutto del nord Italia, non ha eguali nel resto d’Europa”.

Nonostante il quadro generale rimanga ancora sconfortante, i dati segnalano che negli ultimi anni la situazione è migliorata anche grazie all’introduzione della fattura elettronica. La legge, infatti, ha stabilito che dal  marzo 2015 tutta la Pubblica Amministrazione (PA) ha l’obbligo di accettare le fatture emesse o trasmesse dai propri fornitori solo in forma digitale, altrimenti le PA non possono procedere al pagamento, neppure parziale.

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