Addio petroldollaro: quali Paesi rischiano di più e come rimediare

La riduzione della domanda e dei prezzi dei combustibili fossili avrà implicazioni significative sulla sostenibilità fiscale dei cosiddetti “petrostates“, cioè quei Paesi che dipendono economicamente dall’estrazione di petrolio e gas. In uno scenario a basse emissioni basato su quello per lo sviluppo sostenibile elaborato dall’Agenzia Internazionale dell’Energia, infatti, questi Stati nei prossimi 20 venti anni potrebbero vedere dimezzarsi i loro proventi dall’industria dei combustibili con notevoli ripercussioni sulla loro stabilità.

Secondo quanto calcolato dalla ong ambientalista Carbon Tracker in base a quello scenario, rispetto alle aspettative del settore, le entrate totali per tutti quei governi che fanno affidamento sulle risorse generate dal commercio di combustibile fossile risulterebbero essere inferiori di circa 13 mila miliardi di dollari nei prossimi due decenni: un crollo pari al 51%, causato principalmente – circa l’80% del divario calcolato – da prezzi più bassi di quelli preventivati dall’industria petrolifera. Per i “petrostates” questo vorrebbe dire far fronte a un gap da 9mila miliardi di dollari complessivamente e per la metà di loro questo si tradurrebbe in ricavi dimezzati sia dal fronte della produzione che da quello del gettito fiscale ricavato.

Carbon Tracker ha costruito un indicatore di vulnerabilità fiscale alla riduzione delle entrate legate ai combustibili fossili. Le fasce che ne derivano si base su un valore che combina il potenziale deficit di introiti derivanti da petrolio e gas con l’attuale dipendenza degli Stati dai ricavi da idrocarburi (% sui ricavi totali da petrolio e gas). Nella categoria dei più vulnerabili (livello 5) rientrano Angola, Azerbaigian,
Bahrein, Timor Est, Guinea Equatoriale, Oman e Sud Sudan: questi sarebbero chiamati ad affrontare un potenziale deficit di entrate superiore al 40%.

Il rapporto sottolinea inoltre come nei Paesi collocati nei primi due livelli, i 19 più “vulnerabili”, vivono oggi più di 400 milioni di persone e dieci di queste nazioni sono già oggi considerate a “basso sviluppo umano” dall’Onu. A questo quadro si aggiunge un ulteriore fattore che rende ancora più fragile l’intera impalcatura economica di questi Stati: i “petrostates”, secondo quanto ha rilevato il rapporto, hanno livelli di indebitamento storicamente già elevati.

Individuati i “problemi”, il rapporto ha indicato le possibili politiche da mettere in atto per “mitigare” l’impatto sulle finanze pubbliche di questi Paesi. Partendo dal presupposto che è interesse comune quello di limitare al minimo l’incremento della temperatura globale, al primo punto c’è inevitabilmente l’avvio di una transizione energetica che riduca fin da oggi la loro dipendenza dai combustibili fossili perché “sostenere l’industria petrolifera e del gas in fallimento ha un enorme costo opportunità”, si legge nel rapporto. Una transizione che però dovrebbe essere sostenuta da tutta la comunità internazionale che ha forti incentivi affinché questa avvenga: oltre a ragioni di carattere economico e migliori risultati dal punto di vista climatico, infatti, tale sostegno preverrebbe future instabilità a livello politico in regioni tradizionalmente molto calde.

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