Acqua pubblica in (s)vendita, chi ci guadagna e chi ci perde

Si apre la stagione dei saldi dei servizi pubblici locali, l'acqua innanzitutto. Poca trasparenza delle operazioni e pochi soldi per i cittadini

L’acqua è sempre più calda. Sul controllo e il possesso dell’oro blu è in corso ormai da tempo uno scontro globale. E, più di recente, anche uno locale. E’ quello che si è aperto attorno al decreto Ronchi, più noto come decreto di privatizzazione dell’acqua, la norma che prevede la cessione obbligatoria ai privati di almeno il 40% delle società municipalizzate che gestiscono la rete idrica.

Liberalizzazione all’italiana
Ma la di là dell’avversione “ideologica” al provvedimento – sono in molti a pensare che sia moralmente, politicamente ed economicamente sbagliato privatizzare un bene essenziale come l’acqua – ci sono alcuni aspetti “tecnici” di questa dismissione che lasciano perplessi. In altre parole: se proprio vogliamo vendere l’acqua ai privati garantiamo almeno criteri di garanzia e trasparenza nelle cessioni, in modo che a guadagnarci siano davvero i cittadini. E invece non sembra che sia sempre così.

La norma prevede due modalità per la gestione dei servizi idrici, una “ordinaria” e una “straordinaria“. Nella prima ipotesi la gestione del servizio idrico dev’essere affidata a un soggetto privato scelto con una gara pubblica. Ma la gara può essere evitata – ed è l’ipotesi “straordinaria” – se il servizio pubblico è gestito tramite una cosiddetta società in house, cioè una società su cui l’ente locale esercita un controllo molto stretto. Ma quest’ultima è ormai la modalità di gestione prevalente: sono pochi i comuni che gestiscono i servizi pubblici in proprio, quasi tutti utilizzano società controllate (le municipalizzate). Ecco il primo paradosso: quella che la legge definisce “straordinaria” è in realtà la situazione di gran lunga più frequente.

Acquirenti già definiti?
Questa ripartizione ha una conseguenza importante. La cessione del 40% delle società in house conviene molto ai comuni rispetto alla gara pubblica (al punto che, se le municipalizzate non ci sono, sarà vantaggioso crearle). Questo perché:

fa affluire liquidità – seppur limitata (v. dopo) – nelle casse comunali ormai piuttosto provate,

consente di mantenere un controllo pubblico sulle aziende (seppure ridotto del 40%) e di piazzare i propri uomini nel consiglio di amministrazione,

ma soprattutto consente di selezionare gli acquirenti con trattativa privata, cosa che fa perdere molta trasparenza alle operazioni. Per di più, se la società municipalizzata è quotata in Borsa non è prevista la consueta modalità di dismissione che è l’offerta pubblica di vendita. I maligni potrebbero pensare che i nomi dei futuri acquirenti siano già scritti

Una svendita annunciata
Altro elemento da considerare è il valore di mercato dei servizi dismessi. A quanto verrà venduta l’acqua? Probabilmente a un prezzo scontato. La privatizzazione si basa sul presupposto (da dimostrare) che ci sia una forte domanda di investimento privato verso i servizi locali. Anche se così fosse, nel 2011 – il termine ultimo fissato dalla legge è il 31 dicembre di quell’anno – verranno messe in vendita le quote di tutte le municipalizzate italiane. Ci sarà un offerta enorme rispetto alla domanda che, per una basilare legge economica, farà crollare i prezzi delle società pubbliche. Il rischio della svendita è tutt’altro che remoto. E ancora una volta i benefici andranno ai privati, intesi come aziende acquirenti non come singoli cittadini. (A.D.M.)

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