Abolire le fondazioni bancarie per abbattere il debito pubblico. Una proposta che fa discutere

Sempre più controverso il ruolo e la governance delle fondazioni bancarie. E c'è chi propone di abolirle per allontanare le mani della politica dalle banche. E per abbattere il debito pubblico trasformandole in Spa e assegnando le azioni al Tesoro

Il caso Monte dei Paschi sta riaccendendo il dibattito sulle fondazioni bancarie, accusate di essere l’anello finanziario che lega il management delle banche alla politica.

Ma come si è giunti alla degenerazione di un sistema la cui identità è definita dall’assenza di fini di lucro? Le fondazioni bancarie sono infatti soggetti non profit, privati e autonomi, introdotti per la prima volta nel nostro ordinamento con la legge Amato (n.218/1990), che portò alla privatizzazione delle Casse di Risparmio e delle Banche del Monte, con l’intento di separare l’attività creditizia da quella filantropica.
Le fondazioni generate dalla legge Amato, contrariamente alle previsioni, hanno assunto nel tempo un notevole rilievo e restano in termini relativi i principali azionisti di molte banche italiane.
Dal sito dell’Acri (Associazione delle fondazioni e delle casse di risparmio) apprendiamo che  "le fondazioni di origine bancaria in Italia sono 88 e il loro ruolo è di promuovere lo sviluppo dei territori su cui insistono e sono radicate, ma anche dell’intero Paese. É un ruolo che si esprime a due livelli: come enti erogatori di risorse filantropiche al non profit e agli enti locali, e come importanti investitori istituzionali". "Ogni anno le Fondazioni di origine bancaria nel loro insieme devolvono erogazioni filantropiche per oltre un miliardo di euro e i beneficiari delle erogazioni sono sempre soggetti che perseguono finalità non lucrative di pubblico interesse".

Fin qui, sulla carta, nulla da eccepire, è chiaro che rappresentano un volano importante per il volontariato e per tutto il terzo settore. 
Si legge ancora sul documento dell’Acri "Le risorse utilizzate per le erogazioni filantropiche sono tratte dagli utili generati dagli investimenti dei loro patrimoni. Solo parte di questo è investito in attività bancarie…"
Una parte tutt’altro che irrilevante, che si attesta intorno al 40%, qualificando le fondazioni come le principali azioniste delle banche conferitarie, nonostante le norme che impartivano l’ordine di dismettere i pacchetti di maggioranza
La crisi finanziaria ha spinto infatti le fondazioni a impiegare le proprie risorse per ricapitalizzare le banche di riferimento, indebitandosi (esemplari sono i casi delle fondazioni del Monte dei Paschi e del Banco di Sicilia).

Come più volte sottolineato, è un problema di governance, di cattiva gestione e di un sistema che la permette. Ai vertici delle fondazioni bancarie solo una minima parte dei componenti dei CdA ha competenze finanziare (si calcola l’1%): un quarto delle poltrone è occupato dai politici.  Il lato ‘buono’ degli istituti di credito diventa così il canale principale attraverso cui la politica mette le mani sulle banche.

"Le fondazioni bancarie", scrive il senatore Elio Lannutti in un’interrogazione al ministro delle Fiananze Grilli, "con un patrimonio complessivo di oltre 50 miliardi di euro, e quote sostanziali in quasi tutte le maggiori banche, sono una fonte inesauribile di potere per i politici in carica, ed il refugium peccatorum di ex politici bocciati dagli elettori, di professionisti e notabili locali, di amici degli amici, che si cooptano tra loro da almeno quaranta anni con criteri amicali".

Affondano il coltello nella piaga anche Tito Boeri e Luigi Guiso su La Voce.info " Il fatto grave è che nessun partito affronta nel suo programma elettorale questo nodo cruciale. Nei programmi di Pdl, Pd, Movimento 5 Stelle, Lista Monti, il tema della struttura proprietaria, della governance del nostro sistema bancario non viene minimamente affrontato. Legittimo pensare che sia perché questi partiti hanno tutti poltrone nei board delle fondazioni  e, da questa posizione, realizzano il loro sogno di “avere una banca” tutta per loro".

Per queste ragioni, l’abolizione delle fondazioni sembra una chimera di difficile realizzazione. Nonostante questo, c’è chi propone (Riccardo Calimani della Fondazione di Venezia e Francesco Venanzi del Gruppo Eni, tra gli altri) di  "trasformarle in S.p.A. e di assegnare i pacchetti azionari al Ministero del Tesoro, che poi gradualmente dismetterebbe le quote, realizzando valori nell’ordine di 50-70 miliardi di euro". Una proposta convincente?

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