A volte investono (in Italia). I casi di Ikea, Huawei e Porsche

Da oriente a occidente, quando la delocalizzazione avviene la contrario. Gli assi nella manica del made in Italy: competenza, impegno, flessibilità. Anche nel Sud arriva lo straniero: investimenti o fagocitazioni?

C’è chi investe in Italia. Un po’ come sentire, di questi tempi, che c’è l’uomo che morde il cane (espressione coniata per distinguere ciò che fa notizia). In tempi di delocalizzazioni, di cassintegrazioni e di fabbriche che chiudono i battenti, è una scelta quantomeno in controtendenza. Vale la pena parlarne. Nel mese di aprile, balzano alle cronache casi di Ikea, Huawei (azienda cinese leader nel settore della tecnologia) e Porsche.

La notizia che ha fatto più scalpore è quella del colosso svedese, che addirittura abbandona il sud est asiatico per trasferire alcune sue produzioni in Italia, dove saranno realizzate, da aziende locali, produzioni di cassettiere, rubinetterie e giocattoli.
Non è sicuramente il costo del lavoro a rendere appetibile l’industria nostrana (e neppure l’articolo 18 a terrorizzare gli investitori)… Lars Petersson, amministratore delegato della multinazionale, spiega che i partner italiani sono stati scelti “Grazie alla loro competenza, al loro impegno e alla capacità di produrre articoli caratterizzati da una qualità migliore e a prezzi più bassi dei loro concorrenti asiatici”. E aggiunge: “Per l’Ikea non è un problema l’articolo 18, ma è l’incertezza dei tempi della burocrazia e della politica”.

Con 24 fornitori italiani Ikea copre la produzione dell’8% dei mobili e complementi d’arredo venduti in tutto il mondo e dichiara di acquistare in Italia più di quanto vende nei suoi negozi nella penisola (nostro mercato copre solo il 7% del volume delle vendite mondiali). La multinazionale dell’arredamento low cost nel nostro Paese acquista cucine, elettrodomestici, camere da letto, scaffalature, librerie e bagni per circa 1 miliardo, da fornitori che hanno sede in Veneto, Friuli, Lombardia e Piemonte. L’azienda stima che complessivamente la ricaduta occupazionale, compresi indotto e rete commerciale, sia di 11mila addetti.

Il secondo caso è rappresentato dalla società cinese Huawei, leader mondiale dopo Ericsson per le apparecchiature destinate agli impianti di telecomunicazioni mobili. Nessun nuovo contratto è stato ancora sigliato, ma l’azienda con sede a Shenzen ha presentato i propri piani di investimento per l’Italia, confermando di voler raddoppiare il numero dei dipendenti nei prossimi tre anni. “In Italia, – spiega il managing director Italia George Zhao – siamo uno dei più grandi investitori cinesi presenti sul territorio e abbiamo intenzione di rafforzare la nostra presenza nel paese e in Europa nei prossimi anni. Siamo colpiti dal livello di istruzione, dalla passione e dall’impegno del nostro team italiano”. La decisione di Huawei di investire sui talenti italiani è confermata dalla recente inaugurazione, nel novembre 2011, del Centro Globale di Competenza per soluzioni Microwave di Milano, nel quale l’azienda incrementerà il proprio impegno nei prossimi anni.

Nei casi che seguono, si dovrebbe parlare di acquisizioni anziché di investimenti, ma quando subentrano aziende estere che possono portare avanti le imprese, a fronte di realtà oriunde che non sanno più garantire un futuro, ci si chiede se non sia il caso di accogliere di buon grado lo straniero. Tre casi emblematici hanno per scenario la Puglia dove, nel ultimi mesi, colossi esteri hanno acquisito altrettanti ‘big’ locali.
Tra tutti spicca il nome di Porsche, che ha comprato la pista di Nardò, l’ex pista di prova della Fiat, nonché il circuito più veloce d’Europa, garantendo di voler sfruttare al massimo le sue potenzialità. Dagli autodromi ai pomodori. E’ stato infatti recentemente venduto il più grande impianto di trasformazione di pomodori in Europa, l’Ar di Foggia, che è passato dal gruppo campano Ar alla britannica Princes Industrie Alimentari, controllata dai giapponesi della Mitsubishi. Parlerà ceco invece la storica Bari Fonderie Meridionali, fondata nel 1961 con il nome di Breda Fucine Meridionali e controllada dal 2000 dal gruppo Lucchini, ceduta a una società specializzata nella progettazione e produzione di scambi ferroviari con sede a Brno.

A volte investono (in Italia). I casi di Ikea, Huawei e Porsche