Unimpresa, il 30% di negozi e ristoranti non riaprirà: l’altra faccia della ripartenza

Per un terzo degli imprenditori, riaprire sarà antieconomico per via dei costi fissi che non verranno congelati né ridotti

Poche ore ci separano dall’inizio della Fase 2, il periodo di graduale ritorno alla normalità e allentamento delle misure di lockdown prospettato dal Governo nel Decreto del 26 aprile. E tra le attività che ripartiranno, spicca il settore manifatturiero e delle costruzioni, insieme al commercio all’ingrosso delle relative filiere. Via libera, dunque, al settore del tessile, della moda, dell’auto, dell’industria estrattiva, della fabbricazione di mobili, e bar e ristoranti potranno effettuare attività di asporto oltre che di delivery. 

Un terzo delle attività non ripartiranno

Ma anche quando le maglie si allenteranno ulteriormente, non tutti gli imprenditori saranno in grado di ripartire. Il Centro studi di Unimpresa calcola in particolare che, a giungo, il 30% delle attività legate al commercio al dettaglio e alla ristorazione non sarà in condizioni di riaprire, e pertanto non lo farà.

Perché? Perché per circa un terzo degli imprenditori la ripresa di alcuni esercizi non conviene sul piano economico, calcolando i costi fissi sui quali non vengono fatti sconti né congelamenti: come gli affitti, le utenze, la tassa sui rifiuti e sul suolo pubblico.

L’altra faccia della ripartenza

Un dato drammatico, che racconta l’altra faccia della ripartenza e la portata delle conseguenze economiche del lockdown su tanti imprenditori italiani. E per questi settori, che, spiega l’Associazione in una nota, “vivono anche di lavoro nero, si aprirà un dramma sociale sul versante dell’occupazione“.

L’impatto economico del fenomeno

La chiusura del 30% di negozi, bar e ristoranti, e il conseguente blocco delle attività connesse, potrebbe tradursi in una riduzione del giro d’affari complessivo di 250 miliardi di euro di prodotto interno lordo. Per arrivare a questa cifra, Unimpresa a parte dal presupposto che il 60% del Pil è legato al mercato interno e che il 30% di questo mercato (cioè il 18% del totale del Pil) potrebbe subire pesanti ripercussioni. 

Anche le finanze pubbliche potrebbero rimetterci: sotto questo punto di vista, la riduzione del gettito previsto potrebbe arrivare a 80 miliardi, mentre lo Stato continuerebbe a spendere per le misure di assistenza dei nuovi disoccupati.

Costi fissi, quando la ripresa è antieconomica

Secondo il vicepresidente di Unimpresa, Giuseppe Spadafora, che il 30% delle “attività di ristorazione, bar, piccoli negozi di abbigliamento, piccole rivendite di articoli al pubblico” “è ormai certo”. Riaprire, per loro, sarebbe infatti “antieconomico”, perché si ritroverebbero “a saldare affitti, tasse e merce in negozio” a fronte delle perdite degli ultimi mesi.

Il problema, sintetizza Spadafora, è che le attività legate alla ristorazione e al commercio al dettaglio “non hanno avuto accesso ai 25 mila euro propagandati dal governo e tutti si dovranno attenere alle nuove disposizioni sulle distanze. In sintesi, un bar che riapre a giugno potrà lavorare con un terzo dei clienti semplicemente perché non li potrà fare entrare nel proprio esercizio. Vuol dire anche un terzo degli incassi, ma con gli stessi costi fissi come bollette, affitti, tassa sul suolo pubblico, rifiuti”.

Il timore del vicepresidente di Unimpresa, in particolare, è che lo Stato non disponga delle “risorse per sostenere queste imprese e probabilmente non avrà i soldi per sostenere la disoccupazione da questa derivate”. Senza contare che quello in discussione è di norma il settore “maggiormente colpito dal nero, ma che, di contro, mantiene una certa coesione sociale”.  L’economia, spiega, ha una forma piramidale: “Il grande produce, il medio rivende, il piccolo compra per vendere al cliente finale”. E se una parte della catena si inceppa, “se chiudono o non riaprono migliaia di piccoli esercizi commerciali, a catena saltano per aria tutti gli altri”.

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