“Scienziati in affanno”, il delicato equilibrio tra innovazione e disastro sociale

Mai come ora l’innovazione e la ricerca hanno assunto la forma di un prisma irregolare. Un orizzonte confuso, composto da variegate sfaccettature

La quarta rivoluzione industriale si sta dipanando, con un impeto sconosciuto, tra le mani della società. Big data, mappatura del Dna, super calcolatori, intelligenza artificiale, algoritmi iper sofisticati. È difficile emettere un giudizio univoco.

In ogni caso l’impatto sul vivere è decisivo. Realtà come Google, Amazon, oppure Foodora erano impensabili fino a poco tempo fa. E non tanto perché gli imprenditori fossero più buoni. Semplicemente non esisteva una tecnologia disponibile.

Questi nuovi player hanno generato prodotti e servizi. Con conseguenze tutte da valutare sulla società, sui diritti, sulla forma dei rapporti tra capitale e lavoro.
Su un altro piano, la luce rifratta illumina i passi avanti nel campo dell’efficienza energetica e della medicina. Cambiamenti che potrebbero essere decisivi nella cura delle malattie o nel ridurre la dipendenza dalle fonti energetiche fossili.

La ricerca e l’innovazione sono l’entità primigenia, il caos che ancora deve trovare una forma etica. Dove ci si deve fermare? Dov’è la dimensione del futuro?
E lo smarrimento non interessa solo chi subisce gli effetti, anche i protagonisti – gli scienziati – sono immersi nello stesso magma.
L’Europa da alcuni anni a chiunque intenda presentare un progetto è richiesto di rispettare i principi della Ricerca e Innovazione Responsabili (RRI), ovvero si chiede di prevedere gli impatti e come le attività proposte produrranno un orizzonte socialmente accettabile.

Dunque perché una ricerca possa definirsi “RRI”, deve prevedere il coinvolgimento attivo di vari attori per la definizione di obiettivi socialmente condivisi, considerare la dimensione etica e le diverse prospettive e implicazioni di genere delle sue attività. Garantire opportunità di formazione per costruire una cittadinanza attiva e partecipe ai processi decisionali, consentire l’accesso ai risultati delle ricerche.

Elenco di principi attivi e nobili, auspicabili.
Ma come si traduce nella realtà? In concreto il ricercatore cosa deve fare? Compilare documenti, adempire a pratiche burocratiche?
Le risposte sono contenute in un bel lavoro del Cnr (Consiglio nazionale delle ricerche), “Scienziati in affanno” curato da Alba L’Astorina e Monica Di Fiore. Gratuito e scaricabile in formato pdf (qui: http://doi.irea.cnr.it/scienziati-in-affanno-ricerca-e-innovazione-responsabili-rri-in-teoria-e-nelle-pratiche).

La prima parte tratta del contesto politico e sociale che ha portato alla definizione della ricerca responsabile, attraverso la presentazione di alcune giornate di studio organizzate dal Cnr nel 2016. La seconda, esamina le condizioni che rendono a volte possibile, altre volte difficile, introdurre dei principi etici nei processi d’innovazione.

Non è un libro per addetti ai lavori, anzi seguendo il filo conduttore della responsabilità, sono affrontati temi di stretta attualità. Spunti di riflessione per comprendere il quotidiano e la sua narrazione.

Ângela Guimarães Pereira e Paola Mosconi, in due diversi interventi, illustrano il dibattito sul coinvolgimento dei cittadini nella ricerca. Nel tempo di guerre contro gli Ong e di accesi scontri in tema di vaccini, l’informazione scientifica corretta è un architrave irrinunciabile nelle società moderne. E ancora, da segnalare, il contributo su il mare e la ricerca ecologica, di Annalisa Minelli, Caterina Bergami, Alessandro Oggioni e Alessandra Pugnetti.
Sono esempi. Che non vogliono fa torto a nessuno, ma evidenziano come questo libro sia qualcosa di diverso da speculazioni accademiche.

In “Scienziati in affanno” la RRI diventa un pretesto per promuovere la riflessione su argomenti spesso trascurati nel mondo della ricerca e un’occasione per “ridurre la distanza tra chi fa scienza e chi riflette in maniera critica sui suoi cambiamenti”.

“Scienziati in affanno”, il delicato equilibrio tra innova...