E il Tfr batte il fondo pensione

La crisi finanziaria sembra deporre contro la previdenza integrativa. Anche se i calcoli fatti sul breve periodo possono essere fuorvianti

 

Poco più di un anno fa, anticipata dal governo Prodi, partiva la riforma della previdenza complementare. Un intervento che chiedeva ai lavoratori, anche attraverso il meccanismo del silenzio assenso, di conferire il Tfr nei fondi pensione. Ma non tutto sembra essere andato per il verso giusto. Soprattutto per chi ha investito la liquidazione in questi strumenti la cui rendita, che dovrebbero assicurare, dipende da investimenti in titoli di Stato, obbligazioni e azioni. Settori finanziari che non godono di ottima salute.

Guardando i dati pubblicati a settembre dalla Commissione vigilanza  sui fondi pensione relativi ai primi mesi del 2008,  sorge qualche dubbio sull’investimento integrativo. La media del rendimento generale dei fondi negoziali segna – 4,1%, mentre quelli aperti realizzano hanno realizzato – 7%. E peggio è andata ai Pip, le forme pensionistiche assicurative, con un – 11%.

Passando dalla media generale a quella particolare, le cose vanno ancora peggio. Se un lavoratore ha aderito a un fondo previdenziale rischioso, con il portafoglio pieno di azioni per intenderci, ha perso l’11,5%. Un po’ meglio se ha aderito a un comparto azionario di un fondo di categoria: – 10,6%. Un disastro, invece, se la scelta è caduta sulla linea azionaria di un piano pensionistico offerto da una compagnia assicurativa: – 16,4%.
A fronte di questi pessimi risultati, il vecchio Tfr ha evidenziato un positivo + 2,2%.

Ma questo genere di confronto è corretto? A sentire chi gestisce fondi e piani assicurativi no, perché questi strumenti vanno valutati in un’ottica di lungo periodo, 20-30 anni. Alcuni dati sembrano confermare questi tesi, visto che se si passa a un arco temporale più ampio, per esempio il periodo 2003/2007, il rendimento medio dei fondi si attesta al 25,5%, contro un +14,3 del Tfr.
Numeri che non convincono un noto nemico della previdenza integrativa, il professore Beppe Scienza del dipartimento di matematica dell’università di Torino. Il suo giudizio è perentorio: meglio tenersi il Tfr. Secondo il docente, infatti, i dati economici, a partire dal 1982, indicano lo strumento integrativo come assolutamente inadatto a garantire il potere d’acquisto, a differenza della liquidazione che può, al momento della pensione, essere trasformata in una rendita vitalizia.

Al di là delle performance economiche, suscettibili, come si è visto, di interpretazioni contraddittorie, c’è un dato incontrovertibile che non depone a favore dei fondi. Si tratta della cosiddetta asimmetria informativa, ovvero la difficoltà per un lavoratore di capire quanto prenderà di pensione e come sta andando il proprio investimento.
Per esempio non tutti i siti dei fondi indicano qual è la banca depositaria, oppure manca un simulatore in grado di fare proiezioni su quanto si percepirà in futuro. Eppure tale strumento è previsto dalla stessa Covip. E non esiste una piattaforma su cui sia possibile confrontare online di diversi fondi pensione, così come avviene per i mutui.

Inoltre sull’orizzonte dei fondi si staglia la crisi finanziaria. Attualmente è difficile dire quale sarà il reale impatto dei vari titoli spazzatura sui fondi italiani. I dati dello scorso ottobre sembrano avvalorare la tesi di una trascurabile esposizione in derivati e affini. Eppure, per ora , nessuno è in grado di escludere futuri, pesanti scossoni all’impalcatura delle pensioni integrative made in Italy.

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E il Tfr batte il fondo pensione