Ancora parecchi i baby pensionati. Ma la riforma può aspettare

Il 27,7% dei pensionati ha un età compresa fra i 40 e i 64 anni, mentre il 3,6% non ha superato i 39 anni. E nel 2006 le pensioni liquidate sono aumentate del 34%

 

Non esistono rischi di estinzione per i baby pensionati. Nel 2005 ogni 100 lavoratori attivi, c’erano 71 pensionati di cui il 27,7% ha un’età compresa tra 40 e 64 anni e il 3,6% ha meno di 40 anni.
E’ questo quanto emerge dallo studio Istat su “I beneficiari delle prestazioni pensionistiche”.

Più pensionati al Sud

Il rapporto attivi/passivi è maggiore nel Mezzogiorno – 78 pensionati ogni 100 occupati – rispetto al Nord, dove tale rapporto è di 67 su 100. Come tendenza generale, dal 2000, la percentuale di chi vive con il reddito da pensione, rispetto a chi lavora, è in diminuzione.

Differenze geografiche sono riscontrabili anche sui redditi. Le pensioni sono più elevate nelle regioni settentrionali e in quelle centrali – rispettivamente, 105,4 e 106,4% della media nazionale – e inferiori nel Sud (87,5% rispetto alla media nazionale).

L’età media

Il 68,7% dei pensionati ha 65 anni o più e il 19,2% è costituito da persone con età superiore ai 79.
Una consistente percentuale dei pensionati ha un età inferiore a quella che è considerata la soglia della vecchiaia (65). Le cifre sono queste: il 27,7% dei pensionati ha un età compresa tra i 40 e i 64 anni, addirittura il 3,6% ha meno di 40 anni.

Verso gli scalini

Lo studio dell’istituto rileva una situazione estremamente fragile, soprattutto sul fronte della spesa. Il numero dei giovani pensionati è ancora troppo alto, alla luce del progressivo innalzamento della vita media. Allarme accentuato dai recenti dati Inps, secondo i quali, nel 2006, le pensioni di anzianità liquidate sono aumentate del 34% rispetto al 2005.

Un panorama che sembra, però, non dare la spinta decisiva sulla strada della riforma strutturale.
Il governo, che nel memorandum d’intesa con i sindacati, si era preso l’impegno fissare le linee d’intervento entro il 31 marzo, sembra orientato a prendere ancora tempo.

Probabilmente solo a maggio e prima delle elezioni amministrative si potrà capire quale sarà il futuro delle nostre pensioni.
Le difficoltà della maggioranza ruotano attorno all’abolizione dello scalone della riforma Tremonti Maroni. Nella migliore tradizione italiana, la soluzione che potrebbe profilarsi sa molto di compromesso.

Tra i riformisti, disponibili all’innalzamento dell’età o ad adottare eventuali disincentivi e la sinistra radicale, che chiede, tout court, l’abolizione dello scalone, sembra prevalere l’ipotesi degli “scalini“. E’ questa la soluzione caldeggiata da Palazzo Chigi. Questa ipotesi consentirebbe di andare in pensione a 58 anni d’età, 35 anni di contributi, ma verrebbero introdotti incentivi per chi rinviasse il pensionamento a dopo i 60 anni. Nello stesso tempo sarebbe rivisti i coefficienti di trasformazione.

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