Contr’ordine, si abbassa l’età per la pensione

Parte il confronto con la parti sociali. Tre i fronti aperti: riduzione dello scalone, revisione dei coefficienti, estensione del contributivo

 

Probabilmente sarà ritoccato verso il basso il limite dei 60 anni previsti dalla riforma Tremonti – Maroni a partire dal 2008 per accedere alla pensione di anzianità. L’ipotesi è stata ribadita dal ministro del Lavoro, Cesare Damiano. L’intenzione, ha sostenuto il ministro, non è tanto aumentare l’età pensionabile, già previsto dalla legge Maroni, ma quella di attenuare gli effetti dello scalone.

L’abolizione dello scalone è uno degli argomenti caldi del confronto sulle pensioni su cui hanno discusso governo e sindacati durante una cena di lavoro tenuta a Palazzo Chigi domenica sera. E’ stato un dei primi appuntamenti sulla via della concertazione che l’esecutivo vuole lanciare per attuare il programma delle riforme. Saranno istituite delle piattaforme per il confronto con le parti sociali. In particolare “ci saranno tre tavoli – ha spiegato il ministro per l’Attuazione del programma, Giulio Santagata – uno sullo sviluppo e la crescita, uno sul welfare, che riguarda anche il sistema previdenziale e uno sul pubblico impiego.
L’avvio formale degli incontri, ha precisato Santagata, è fissato tra dieci giorni.

Pensioni, i fronti aperti

Sulla previdenza i temi di confronto, non solo con le parti sociali, ma anche tra le diverse anime della maggioranza, sono numerosi. Il punto di partenza, come è affermato nello stesso programma dell’Unione, è l’abolizione dello scalone della legge Maroni. Obiettivo che deve, però, fare i conti con gli equilibri finanziari del sistema. Il risparmio garantito da quel meccanismo, dal 2008 in pensione a 60 anni, come sarà recuperato? I tecnici del ministero hanno calcolato che lo scalone, a regime, è in grado di garantire un risparmio di circa 9 miliardi di euro.
Le ipotesi che si fanno in questi giorni vanno dall’introduzione degli incentivi per rimanere al lavoro all’adozione di un limite d’età compreso fra i 60 e i 57 anni.

Circa il tema dei coefficienti di trasformazione, il ministro Damiano ha ribadito l’intenzione del governo di rivederli, così come previsto dalla legge Dini a 10 anni dalla sua entrata in vigore. Una revisione che, anch’essa, sarà oggetto del confronto con le parti sociali.
Il Nucleo di valutazione della spesa previdenziale ha ipotizzato una riduzione tra il 6 e l’8% dei coefficienti, più bassa in caso di coefficienti più bassi – cioè uscendo dal lavoro prima – , più alta per quelli più alti – per chi va in pensione più tardi – .

Molto si parla della questione dell’età delle donne circa la pensione di vecchiaia. L’eventuale superamento del divario tra uomini e donne – rispettivamente 65 e 60 anni – potrebbe portare consistenti vantaggi economici all’Inps. Il Nucleo di valutazione ha calcolato che, nel 2004, in media, gli uomini andavano in pensione con oltre 34 anni di contributi a fronte dei quasi 28 delle donne. Attualmente sembra, però, che il tema non sarà oggetto di discussione.

Sarà, invece, al centro del dibattito la graduale estensione del metodo contributivo a tutti. Ciò significherà l’eliminazione del limite fissato dalla Dini per coloro che avevano più di 18 anni di contributi alla fine del 1995 (attualmente mantengono il retributivo fino al pensionamento). Una modifica che, secondo molti esperti, sarebbe non solo più equa, ma in grado di produrre consistenti risparmi.

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