Pensioni, lo scoglio dei disincentivi

Premi per chi rimane al lavoro. Ma il nodo resta l'introduzione di un sistema di disincentivi. Contrari i sindacati e l'ala radicale del governo

 

Primi fuochi d’artificio sul delicato tema delle pensioni. Secondo indiscrezioni il governo è intenzionato a varare un sistema di incentivi e disincentivi per correggere lo scalone della riforma Tremonti Maroni, salvando, nello stesso tempo, i risparmi assicurati da quel sistema.

Compito non facile. E per due motivi. Il primo, sicuramente meno difficile da superare, di carattere finanziario. Il secondo, molto più complesso, politico.

Gli incentivi

L’ipotesi elaborata dai tecnici del ministero del Tesoro, prevede un premio del 1,5% in più di pensione per ogni anno di ritardo di uscita dal lavoro dopo i 60 anni.
I sindacati preferirebbero un incentivo del 3% per ogni anno dopo i 57 anni.

Due ipotesi, comunque, non lontanissime. Il fronte degli incentivi non preoccupa i governo. E’ vero che c’è da trovare l’accordo sulla percentuale, ma sostanzialmente l’ala radicale e le parti sociali sono favorevoli ad adottare un sistema premiante per chi va in pensione in ritardo.

Lo scalone e i disincentivi

Purtroppo ci sono i 9 miliardi di euro di risparmio assicurati dall’entrata a regime della riforma Tremonti Maroni. Con questo intervento l’età minima per la pensione dei lavoratori dipendenti sale da 57 a 60 anni – con 35 di contributi – dal 2008, a 61 dal 2010 e a 62 dal 2014.
Già dai primi anni i risparmi sarebbero già ragguardevoli: 486 milioni nel 2008, 4,5 miliardi nel 2009, 7,2 nel 2010 e circa 9 nel 2011.
Risultati irraggiungibili utilizzando unicamente gli incentivi. Se si vuole modificare lo scalone, ma evitare un buco di bilancio al sistema non si può che ricorrere ai disincentivi.
Almeno questo è quanto sostenuto dai tecnici del Tesoro. Solo con forti disincentivi pari al 3,5% per ogni anno di anticipo di pensione rispetto ai 60 – 61 e 62 dello scalone si otterrebbero risparmi analoghi. E a patto che gli incentivi non superino l’1,5%.

Scontro interno

La partita dei disincentivi sarà quella più dura da giocare per l’esecutivo. Sia per l’ostilità delle parti sociali, soprattutto della Cgil che è molto ferma nel rifiuto di innalzare l’età per andare in pensione. Sia per l’opposizione di Rifondazione e dei Comunisti italiani.

Paolo Ferrero, ministro del Welfare ed esponente di Rifondazione, afferma senza mezzi termini che si deve “ritornare ai requisiti della Dini: 57 anni d’età e 35 di contributi“.
Ferrero non pone veti sull’ipotesi di incentivi, ma dice no a qualsiasi disincentivo. “Il risparmio assicurato dallo scalone” – sostiene – si recupera “combattendo l’evasione contributiva“.

Appena dopo le feste è stato annunciato una specie di “conclave” dei ministri a Caserta. C’è da scommettere che l’argomento più caldo sarà quello previdenziale.
La variegata composizione della maggioranza si troverà, così, di fronte all’ennesima prova di tenuta. Oggi le posizioni di partenza sembrerebbero molto lontane e apparentmente inconciliabili, ma la sindrome del “tutto è perduto se cade il governo”, con un occhio ai sondaggi, potrebbe fare il miracolo.

Fabio Cavallotti

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