Pensioni: si va verso lo stop all’uscita a 67 anni

Pressing della politica sul governo alla vigilia delle elezioni

Come prevedibile, la politica non vuole mettere il cappello su una misura poco popolare alla vigilia di elezioni. Così la riforma Fornero, che prevede a partire dal 2019 l’innalzamento a 67 dell’età pensionabile, si ritrova improvvisamente senza più i padrini politici che la votarono. Dalla maggioranza all’opposizione, è partito il pressing sul governo per provare a disinnescare la misura. Emendamenti al decreto fiscale collegato alla legge di Bilancio sono stati presentati in Senato sia dalla maggioranza, Pd in testa, sia dall’opposizione per far slittare di sei mesi, cioè al prossimo giugno, il termine entro il quale il governo deve decidere l’adeguamento dell’età di ritiro dal lavoro.

Il decreto interministeriale (Lavoro-Economia) di adeguamento, dice la legge, deve essere adottato almeno un anno prima, cioè entro il 31 dicembre 2018. Gli emendamenti presentati dal Pd propongono di spostare a giugno questo termine. Sarebbe dunque il prossimo governo, quello che uscirà dalle elezioni, a decidere se dal 2019 si dovrà andare in pensione a 67 anni o ancora a 66 anni e sette mesi.

Il tema dell’adeguamento dell’età pensionabile sarà anche al centro dell’incontro a Palazzo Chigi tra il presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, e i leader sindacali. Susanna Camusso (Cgil), Annamaria Furlan (Cisl) e Carmelo Barbagallo (Uil) chiedono in verità il blocco da subito dell’adeguamento del 2019.

Difficile tuttavia che il governo, di sua iniziativa, possa fare questa concessione. Anche se il semplice slittamento della decisione non significa che l’aumento dell’età non ci sarà più, esso diventerebbe incerto, mettendo a rischio i risparmi connessi al progressivo ritardo del pensionamento dovuto all’allungarsi della vita media. Se si saltasse l’adeguamento di 5 mesi previsto nel 2019, bisognerebbe mettere in conto una maggior spesa strutturale di 3 miliardi all’anno, spiegano i tecnici del governo.

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