Pensioni, la grande giungla dei privilegi

Tra fondi speciali e aliquote contributive ridotte, sono numerose le disparità di trattamento tra lavoratori

Le pensioni italiane sono attraversate da diverse disparità. La più evidente è quella introdotta dalla riforma Dini del 1995, che ha diviso i pensionati in due categorie. I più fortunati – con almeno 18 anni di anzianità contributiva al 31 dicembre 1995 – che beneficiano di assegno calcolato con il metodo retributivo. E i più sfortunati, con meno 18 anni di anzianità contributiva al 1° gennaio 1996 che vedranno le pensioni calcolate con il contributivo.

Ma non basta. L’ordinamento italiano prevede vere e proprie “sacche” di privilegiati che, al di fuori delle regole applicate a tutti cittadini, consentono di uscire dal lavoro a condizioni decisamente vantaggiose.
Per esempio i dipendenti della Regione Sicilia che ancora possono andare in pensione anticipata a 45 anni: basta che abbiano un parente infermo da assistere. Situazione a cui la Sicilia pare intenzionata a porre un brusco stop, anche se il solo annuncio ha scatenato una fuga dal lavoro.

Poi ci sono i fondi speciali Inps e Inpdai che offrono sostanziali sconti sull’età. Il personale viaggiante dei trasporti può andare in pensione di vecchiaia a 60 anni (55 per le donne). Invece gli iscritti al fondo Volo possono accedere alla pensione di anzianità cin un anticipo fino a cinque anni rispetto ai normali lavoratori.
I privilegi esistono anche nel campo delle aliquote contributive, come ha sottolineato Domenico Proietti sul Correre della sera, segretario confederale della Uil ed esperto di previdenza. La questione riguarda i lavoratori più anziani, che vanno in pensione col sistema di calcolo retributivo che frutta una pensione in rapporto alla retribuzione: una persona che paga il 33% e un’altra che paga il 20% o anche meno, prendono entrambi il 2% della retribuzione per ogni anno di versamento. E’ evidente il vantaggio di cui beneficia il secondo lavoratore.

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