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Pensioni, gli aberranti redditi dei commercianti. Mentre il welfare se ne va a rane

Pensioni del commercio sotto la lente: assegni sussidiati dallo Stato nel 91% dei casi! Altro che welfare: è un sistema che toglie ai poveri per dare ai ricchi

Nei giorni scorsi il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan è tornato a parlare di pensioni, spiegando che ci sono “margini per ragionare”. L’obiettivo chiaro dei sindacati – che il governo deve assolutamente respingere – è dare una spallata alla riforma Fornero, il cardine del piano di salvataggio compiuto dal Governo Monti nel dicembre 2011 (la gente tende a dimenticarlo). Per parlar chiaro, chi va a protestare sotto casa della Fornero è un emerito ignorante, nel senso che ignora la portata della riforma che finalmente ha portato tutti (pro-quota) a sistema contributivo. Non a caso il ministro può permettersi di dire senza essere smentito che il sistema pensionistico “è uno dei pilastri del sistema italiano ed è riconosciuto a livello europeo”.

Spesso nei talk show più si parla di pensioni, più aumenta la confusione perché come ci sono in Italia 30 milioni di commissari tecnici della Nazionale, così ognuno dice la sua sulla riforma pensionistica. Spesso a capocchia. Senza un dato, un numero. Parole in libertà.

Torniamo sulla terra, e con dati alla mano, sulle pensioni dei commercianti, i quali per anni hanno dichiarato redditi risibili e ancora oggi quando l’Agenzia delle Entrate pubblica i redditi delle diverse categorie, sono in molti a mettersi a ridere a causa della non congruità delle dichiarazioni rispetto a un normale tenore di vita. Con 10mila euro di imponibile, dopo aver pagato 2.800 euro di INPS, a marzo non si hanno più soldi per pagare le spese di condominio e la benzina per l’auto. Per non parlare della spesa al supermercato.

La meritoria operazione “Porte aperte” promossa dall’ottimo presidente dell’INPS Tito Boeri è di grande aiuto per compiere una valutazione sulla gestione di coloro che esercitano attività commerciali. Nell’ambito della situazione economico-finanziaria, si legge: “Il rapporto iscritti/pensionati, sin qui costantemente superiore all’unità (1,58 nel 2015), è destinato a peggiorare significativamente a medio-lungo termine. Il grafico sottostante evidenzia una progressiva erosione del patrimonio netto, divenuto negativo a partire dal 2013. Negli ultimi 5 anni, la gestione riporta risultati economici negativi superiori al miliardo di euro”.

Andamento economico patrimoniale commercianti

Fonte: INPS

I commercianti, avendo per anni dichiarato poco, hanno versati i contributi minimi. Nonostante il sistema retributivo, quando i contributi sono minimi, la pensione è bassa. Ma questo non deve portare a affermare “poveri commercianti in pensione”, poiché in moltissimi casi il patrimonio accumulato in case e titoli mobiliari da parte di questi soggetti è notevole.

Se si avesse il coraggio di effettuare il ricalcolo delle pensioni, l’Inps scrive: “Gli istogrammi documentano come le pensioni con decorrenza successiva al 1999 rapportano con le prestazioni che sarebbero state erogate applicando il metodo contributivo. Il 91% delle pensioni in essere subirebbe una riduzione se ricalcolate con il contributivo. Per un terzo dei casi la riduzione sarebbe superiore al 50%”.

Gestione pensioni commercianti

Fonte: INPS

Ad esempio, un commerciante andato in pensione nel 2006 all’età di 58 anni con una pensione lorda mensile a gennaio 2015 pari a 3.450 euro, riceve una pensione di 1.250 euro in più rispetto a quanto percepirebbe con il calcolo contributivo. Un commerciante andato in pensione nel 2014 a 66 anni nell’ipotesi di ricalcolo contributivo vedrebbe il suo assegno pensionistico ridursi di 790 euro, passando da 2.220 euro lordi a 1.430 euro.

Per cui siamo in presenza di pensioni  comunque sussidiate (nel 91% dei casi!) perché col metodo contributivo sarebbero molto inferiori, a cui si associano altri redditi di natura immobiliare o finanziaria. E’ giusto quindi sussidiare questi soggetti tramite le pensioni retributive? No, grande come una casa.

E’ recente la denuncia di Chiara Saraceno, una delle maggiori studiose dei sistemi di assistenza ai soggetti meno agiati: “Il 44% delle famiglie in povertà assoluta non riceve alcun sostegno economico: non assegni al nucleo familiare, non assegno per il terzo figlio, non gli 80 euro per lavoratori dipendenti. Viceversa molti/e beneficiari di pensioni integrate al minimo vivono in famiglie assolutamente non povere”.

Se si aiutano le persone agiate, poco rimane per chi ha veramente bisogno. Non stiamo più parlando di welfare, ma di un sistema che toglie ai poveri per dare ai ricchi. Il mondo all’incontrario.

A cura di Beniamino Piccone
Docente di Sistema Finanziario e Private banker

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