Pensioni, dall’Ape alle minime: cosa cambierà nel 2017

Settembre sarà un mese decisivo per le pensioni e la riforma del sistema pensionistico

Circolano diverse ipotesi di intervento del governo in materia di pensioni, come l’anticipo per uscire prima dal mondo del lavoro, l’estensione della no tax area e della quattordicesima.

Le prime settimane  di settembre vedranno la ripresa del tavolo governo-parti sociali in vista di quella che si annuncia come la fase due del negoziato. Tra le proposte, si riaffaccia la possibilità di aumentare gli assegni al minimo, 500 euro mensili e le agevolazioni per i lavoratori precoci.

AUMENTO PENSIONI MINIME – Dal momento che, ad oggi, sono 3,5 milioni i cittadini che incassano la pensione minima, un’estensione del bonus da 80 euro all’intera platea dei beneficiari arriverebbe a costare alle casse dello Stato 3,5 miliardi di euro. Una cifra eccessiva se si tiene conto che l’intera riforma pensionistica (includente anche le ricongiunzioni gratuite e l’uscita anticipata dal lavoro) dovrebbe stare entro la soglia massima dei 2 miliardi. Tuttavia, se si escludono quei pensionati che ricevono la minima, ma hanno anche ulteriori incassi previdenziali, come ad esempio la reversibilità, calano a 2,3 milioni gli italiani coinvolti.
La platea dei beneficiari scenderebbe intorno al milione se si utilizzasse l’indicatore della situazione economica (ISEE), il quale escluderebbe i pensionati al minimo aventi un patrimonio immobiliare di un certo valore o viceversa un coniuge con un reddito elevato.

LA POSIZIONE DELL’INPS – A privilegiare un intervento sulle pensioni minime piuttosto che sulla quattordicesima è intervenuto anche Tito Boeri, presidente dell’INPS, intervistato dal Sole24Ore, il quale ha sottolineato che “Se si vogliono aiutare i pensionati poveri è bene guardare al reddito familiare, non al solo reddito pensionistico individuale, come fa la quattordicesima che, proprio per questo, in 7 casi su 10 va a persone che povere non sono”.
Il numero uno dell’Inps si è poi detto concorde con il sottosegretario Nannicini “sul fatto che ampliamento della no-tax area e aiuto a pensionati poveri non siano necessariamente in contraddizione, se ci sono le risorse per permettersi entrambe le cose”.

LAVORATORI PRECOCI – Fra i punti caldi in discussione, le agevolazioni per i lavoratori precoci. Si discute di un bonus contributivo di 4 o 6 mesi per ogni anno di lavoro svolto nella minore età, tra i 14 ed i 18 anni. Si tratta di un innalzamento convenzionale dell’anzianità contributiva che consente di agganciare prima i requisiti per la pensione anticipata, ovvero: 42 anni e 10 mesi per gli uomini e 41 anni e 10 mesi per le donne. Per i lavoratori precoci, si parla anche di eliminare la penalizzazione per le uscite anticipate prima dei 62 anni che dovrebbe scattare dal 2018.

APE – Uno dei capitoli fondamentali della riforma è l’APE, una nuova forma di pensione anticipata per lavoratori dipendenti e autonomi con almeno 63 anni di età (62 nel caso delle donne del privato, 62 anni e 6 mesi per autonome e parasubordinate dal 2017). L’anticipo pensionistico è un trattamento che viene finanziato dal settore privato, ovvero dalle banche, ma erogato dall’Inps, e che il lavoratore restituirà poi con una decurtazione sulla pensione applicata per 20 anni. E’ allo studio un meccanismo di detrazioni fiscali per ridurre l’impatto sui redditi più bassi. Secondo i primi calcoli, il piano del governo comporta una penalizzazione superiore al 10% della pensione per chi si ritira con tre anni di anticipo.

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