Pensione, reversibilità solo ai redditi bassi?

Quella sulla definizione della reversibilità potrebbe essere la prossima battaglia in ambito previdenziale

La prossima battaglia sulle pensioni, indipendentemente dal governo in carica e dalle rappresentanze parlamentari, potrebbe essere quella sulla reversibilità. E in un sistema previdenziale sempre più appesantito come quello italiano, le voci di interventi sugli assegni di questo tipo si rincorrono già da diversi mesi.

L’intervento già ipotizzato in passato sulle pensioni di reversibilità riguarda proprio la trasformazione dell’assegno ai superstiti da prestazione previdenziale a prestazione assistenziale. La conseguenza sarebbe la restrizione della platea di aventi diritto e, nella maggior parte dei casi, un taglio netto agli importi erogati.

E’ invece di questi giorni un’idea che scontenta molti: quella di subordinare il riconoscimento della pensione di reversibilità ad un vincolo reddituale.

In altre parole la pensione di reversibilità spetterebbe solamente a vedove/vedovi/orfani il cui reddito viene certificato dall’Isee come particolarmente basso. Lo scopo della restrizione sarebbe quello di ampliare la platea di beneficiari del reddito di cittadinanza, incrementando le risorse a disposizione per questa misura.

Nulla di ufficiale nè ufficioso, proposte politiche in questo senso non ce ne sono. Tuttavia è uno snodo da seguire con attenzione, poichè non mancano ‘suggerimenti’ sempre più autorevoli in merito.

Gli studi del Cnel -per esempio – hanno spiegato a tal proposito che: “Il nodo italiano è la spesa assistenziale che è aumentata in questi ultimi 11 anni di ben 43 miliardi l’anno in modo strutturale, riflettendosi negativamente sul debito pubblico”. A questo fine – ha detto Giuseppe Pennisi, autore con una solida carriera nella banca mondiale – appare necessario avere a disposizione l’anagrafe generale dell’assistenza, ossia “la banca dati sull’assistenza dove confluiscono per codice e per nucleo familiare tutte le prestazioni erogate dallo Stato, dagli enti pubblici e dagli enti locali cui associare le prestazioni offerte dal settore privato, al fine di conoscere correttamente e completamente quanto ogni soggetto e ogni nucleo familiare percepisce dai vari soggetti erogatori e, come già avvenuto/riscontrato per il reddito di cittadinanza, non sarebbe da escludere un risparmio sui circa 130 miliardi di spesa a carico della fiscalità generale”.