In pensione con metà stipendio, la condanna dei quarantenni

Un lavoratore dipendente che andrà in pensione nel 2035 prenderà dal 58 al 45% dello stipendio. Anche meno se parasubordinato

Una gara di sopravvivenza. E’ la storia della generazione dei quarantenni: yuppie a vent’anni, precari a trenta, “decimati” dalla peggiore crisi economica degli ultimi ottant’anni, cominciano ora a guardare al traguardo della pensione. Ma ad aspettarli troveranno poco più che un premio di consolazione. Il loro reddito, all’alba dei 65 anni, risulterà pressoché dimezzato. Chi andrà in pensione nel 2035 riceverà dalla previdenza pubblica il 58% dell’ultimo stipendio se viene da un contratto a tempo indeterminato e il 43% se “parasubordinato” (cocopro e affini), contro gli attuali tassi del 70-80%.

Il triste verdetto viene dal “Rapporto sullo Stato sociale 2010” presentato dall’Università Sapienza di Roma e dell’Università Bicocca di Milano. Più che una profezia, un semplice calcolo: sono gli effetti del sistema contributivo “pieno”, quello che commisura per intero l’assegno pensionistico a quanto effettivamente versato in contributi e non più, come accadeva fino al decennio scorso, all’ultimo stipendio percepito (sistema retributivo).

Dati confermati (al ribasso) dal ministero del Lavoro: con carriere “piatte” – cioè soprattutto operai, impiegati e dipendenti della pubblica amministrazione – verso il 2030 il sistema pensionistico pubblico coprirà il 45% dell’ultimo stipendio, contro un attuale livello di circa l’80%. Per chi ha invece carriere più “dinamiche”, la media a 65 anni sempre nel 2030 sarà del 40% dell’ultima retribuzione, contro un assegno attuale prossimo al 70%.

Crolla anche il reddito attuale
Ma le cattive notizie non finiscono qui. Sempre secondo lo studio universitario, gli italiani continuano a perdere potere d’acquisto: nel 1990 il 35-40% riteneva il proprio stipendio “non adeguato”; oggi gli scontenti sono arrivati al 70%.

In calo anche la spesa sociale in Italia: fatta 100 la media europea, gli investimenti pro-capite sono passati da 84 punti nel 1997 ai 77 del 2006.

Rispetto al resto d’Europa, inoltre, siamo messi piuttosto male con la spesa per la riqualificazione professionale, strumento particolarmente utile in tempo di crisi per ricollocarsi sul mercato del lavoro: mentre organizzano corsi di formazione per i propri dipendenti l’81% delle imprese danesi, il 70% di quelle francesi, il 65% britanniche, il 55% tedesche, in Italia la percentuale è solo del 27%.

Le montagne russe dei fondi pensione
E non ci si salva nemmeno con i fondi pensione ai quali è iscritto 1 lavoratore su 5. Come sottolinea Felice Roberto Pizzuti, curatore del Rapporto, preoccupano le oscillazioni dei rendimenti e le spese di gestione dei fondi pensione. Tra il 1999 e il 2008 i rendimenti annui dei fondi negoziali sono passati da +11,3% a -6,3%, quelli dei fondi aperti da +24% a -14%, mentre il Tfr è rimasto molto più stabile compresi tra il 3,6% e il 2,3%. Questo naturalmente non dà certezze positive o negative per il futuro, ma rappresenta comunque un indicatore statistico che non induce all’ottimismo. (A.D.M.)

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