La busta arancione, il sistema pensionistico e il mancato sviluppo dei fondi pensione

Con la gestione Boeri, all’INPS stanno finalmente cambiando molte cose

La riforma pensionistica del 1995, cosiddetta riforma Dini (dal nome del presidente del Consiglio di allora, Lamberto Dini), reintrodusse in Italia il sistema contributivo, ma solo per coloro che hanno iniziato a lavorare dopo il 1995. Oltre a questo buon principio – ognuno riceve quanto ha versato più la rivalutazione dei contributi – la riforma aveva previsto (all’art. 1 comma 6) che “ad ogni assicurato è inviato, con cadenza annuale, un estratto conto che indichi le contribuzioni effettuate, la progressione del montante contributivo e le notizie relative alla posizione assicurativa”.

Questa previsione legislativa è rimasta completamente inevasa, complice la politica e i presidenti/commissari straordinari dell’INPS che si sono trastullati nella mancanza di trasparenza. Il teatro dell’assurdo l’abbiamo raggiunto con la presidenza Mastrapasqua, il quale, non solo riservava all’INPS scampoli di tempo – evidentemente impegnato nei suoi 25 incarichi societari tra i quali anche quello di direttore generale dell’ospedale israelitico di Roma per cui stamane sono stati arrestate 14 persone (Mastrapasqua agli arresti domiciliari) – ma non esitava a fare disinformazione. Un giorno disse che non si poteva dar corso all’informativa al pubblico sulla pensioni stimate future perchè ci sarebbero creati “sommovimenti sociali”. Come se il sapere consapevolmente che la prossima pensione sarà bassa, invece di consentire di prendere adeguate misure correttive personali, desse adito a manifestazioni di massa. Trattare i cittadini da cretini. A questo dobbiamo assistere.

Con la gestione Boeri, all’INPS stanno finalmente cambiando molte cose. Tra le tante, sta arrivando agli italiani la busta arancione (il colore è copiato dalla Svezia, che spedisce una busta di colore arancione da decenni) che non hanno accesso a internet e non hanno utilizzato il servizio web INPS che consente di stimare la propria pensione, cambiando anche alcuni parametri (crescita del reddito, perdita del lavoro…).

L’opacità del passato ha reso inconsapevoli gli italiani sulla loro pensione futura, molto più bassa (anche fino al 50% soprattutto per le “carriere interrotte”) rispetto all’ultimo stipendio. La Banca d’Italia nelle sue ricerche ha evidenziato che i fondi pensione costituiscono una quota poco superiore all’1 per cento delle attività finanziarie delle famiglie, contro il 13 per cento in Germania e il 27 per cento negli Stati Uniti: “I bassi tassi di adesione sono in parte ascrivibili alle difficoltà dei lavoratori con minor reddito ad accrescere il proprio risparmio, in parte alla scarsa conoscenza delle regole previdenziali”. Nella recente ricerca internazionale indipendente sui sistemi pensionistici svolta da Mercer in collaborazione con l’Australian centre for financial studies, si raccomanda all’Italia di incrementare la quota di fondi pensione e di versamenti a forme volontarie che nel lungo termine spostano il peso della pensione dallo Stato (voracissimo con i giovani e al contempo generoso con i retributivi) agli stessi lavoratori.

Fino a quando i giovani salteranno sul carro di Matteo Salvini che demonizza la benemerita Riforma Fornero, sarà difficile fare passi avanti. Cosa aspettano i giovani lavoratori a organizzare un flash mob, una campagna su Facebook a favore del metodo contributivo per tutti, inneggiando a Elsa Fornero come avvocato delle future generazioni, a danno delle quali è stato perpetrato un colossale sequestro (di capitali) intergenerazionale?

A cura di Beniamino Piccone
Docente di Sistema Finanziario e Private banker

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