L’Inps blocca l’aumento delle pensioni: protestano i sindacalisti

Le nuove regole sulla contribuzione aggiuntiva pagata dal sindacato

Un freno alle “pensioni d’oro” dei sindacalisti. L’Inps mette i paletti sulla contribuzione aggiuntiva.

Con la sentenza della Corte dei Conti n. 491/2016 è stato posto un freno all’aumento anomalo delle pensioni dei rappresentanti sindacali per effetto della contribuzione aggiuntiva. Ora L’Inps con la circolare n. 129 del 4 ottobre 2019 precisa come va calcolata questa contribuzione ai fini della pensione.

La contribuzione aggiuntiva o facoltativa è versata dal sindacato a favore del lavoratore che svolga attività sindacale nei periodi di aspettativa o distacco dal lavoro, coperti da contributi figurativi. In questi periodi, infatti, il lavoratore riceve un’indennità dal sindacato sulla quale può essere versata la contribuzione aggiuntiva, che integra i minori contributi dovuti all’assenza dall’attività lavorativa principale.

I contributi figurativi sono calcolati sulla retribuzione a cui il lavoratore sindacalista avrebbe diritto in base ai contratti collettivi di categoria, ma senza gli emolumenti collegati all’effettiva prestazione lavorativa o condizionati da una determinata produttività, né gli incrementi retributivi o avanzamenti che non siano legati alla sola maturazione dell’anzianità di servizio.

Quindi la contribuzione aggiuntiva per lo svolgimento dell’attività sindacale va a colmare la minore contribuzione principale dovuta alla minore retribuzione per l’assenza dal posto di lavoro.

Va precisato che questi contributi aggiuntivi non aumentano l’anzianità contributiva, dunque non accelerano la data del pensionamento, ma incidono sull’importo della pensione e possono farlo in modo rilevante. Questo è accaduto in particolare per i dipendenti della pubblica amministrazione e per alcune categorie di lavoratori del settore privato, come ferrovieri, elettrici, telefonici che erano nel regime misto o retributivo prima della riforma Fornero.

La contribuzione aggiuntiva, infatti, era inserita nella quota di pensione relativa alle anzianità maturate fino al 1992, la cosiddetta quota A che dovrebbe contenere solo voci della retribuzione “fisse e continuative” negli anni. Il calcolo della quota A avviene sulla base della retribuzione percepita l’ultimo mese di lavoro ed è soggetta a regole molto più generose rispetto a quelle applicate dal ’92 in poi per il calcolo della quota B, che invece considera la media delle retribuzioni percepite in un periodo più lungo.

Sulla base di questo sistema, diversi sindacalisti si sono fatti pagare un’indennità molto elevata negli ultimi anni di servizio, con contributi aggiuntivi sempre più alti che alla fine hanno portato a incrementi consistenti delle loro pensioni, chiamate appunto “d’oro“. Aumenti di indennità non giustificati da variazioni negli incarichi dell’attività sindacale.

La Corte dei Conti ha così posto un freno a questi aumenti indiscriminati e ora la circolare Inps ha precisato le modalità di calcolo della contribuzione aggiuntiva.

I contributi aggiuntivi versati dal sindacato incideranno sulla pensione del sindacalista solo se la relativa l’indennità, sulla quale sono calcolati, soddisfi i requisiti di fissità e di continuità. Quando, poi, il sindacalista abbia più incarichi contemporanei, le indennità pagate, e le relative contribuzioni aggiuntive, non si sommeranno ai fini pensionistici ma si prenderà in considerazione solo quella di importo maggiore

Le nuove regole stabilite dall’Inps hanno effetto a partire dalla contribuzione aggiuntiva dell’anno corrente 2019 anche per incarichi sindacali conferiti prima del 4 ottobre 2019, data di pubblicazione della circolare.

Nel frattempo, i sindacati chiedono una revisione della legge Fornero sulle pensioni.

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