In pensione anticipata con taglio del 3% annuo. Il piano del governo

L'esecutivo studia ancora un piano di flessibilità in uscita con assegno ridotto

Se da un lato prosegue il braccio di ferro fra le due anime del governo (Padoan spinge per prendere tempo, Renzi e Poletti vorrebbero annunciare quanto prima un piano di flessibilità in uscita), il tema riforma del sistema pensionistico non esce comunque dall’agenda politica. L’esecutivo ha annunciato l’impossibilità di inserire il tema nella prossima legge di Stabilità per mancanza di coperture, ma il Premier Matteo Renzi insiste sulla necessità di trovare una soluzione condivisa che non pesi eccessivamente sulle casse dello Stato, anche per uscire dalla teoria delle salvaguardie annuali e dare invece una soluzione strutturale, di impatto il più possibile limitato sul disavanzo.

RENZI IN DIREZIONE PD – Durante la direzione PD di lunedì, convocata per il via libera alla riforma del Senato, Matteo Renzi ha confermato la linea che il ministro dell’Economia va perorando da settimane: “I conti pensionistici non si toccano – ha detto il premier alla direzione del Pd – non andiamo ad intervenire mettendo la voce più sui costi delle pensioni. Ma se esiste la possibilità, e stiamo studiando il modo, per cui in cambio di un accordo si può consentire la flessibilità è un gesto di buon senso e buona volontà”. Il premier vuole una soluzione che “consenta forme di flessibilità in uscita con un piccolo aumento dei costi nell’immediato che poi vengono recuperati” successivamente. Restano dunque valide tutte le ipotesi finora in campo.

I PALETTI – In ogni caso non si uscirà da un tracciato ben preciso, con tre paletti fissati con chiarezza:
– la dote massima dell’intervento non dovrà superare il miliardo (cui va aggiunto il mezzo miliardo già prenotato per la perequazione degli assegni a seguito della sentenza 70/2015 della Consulta).
– L’uscita anticipata non dovrà superare i 3-4 anni rispetto ai requisiti di vecchiaia (66 anni e 7 mesi per gli uomini e 65 e 7 mesi per le lavoratrici dipendenti del settore privato).
– La penalizzazione non dovrà essere inferiore al 3-4% l’anno per ogni anno di anticipo.

LO ‘SCONTO DONNA’ – In questa logica rientra l’ipotesi detta Sconto donna che girava lunedì in ambienti vicini a palazzo Chigi. In sostanza, nel 2016 le donne potrebbero andare in pensione a 62/63 anni (anziché a 66) se dispongono di 35 anni di contributi previdenziali pagati (una sorta di quota 97/98). Gli assegni subirebbero una penalizzazione di circa tre punti l’anno, arrivando a essere tagliati complessivamente di circa il 10%. In questo modo la flessibilità (l’uscita dal mondo del lavoro prima del tempo indicato dalla legge Fornero) sarebbe a costo zero o quasi per il Tesoro, e Renzi e Padoan troverebbero la quadra dopo le recenti differenze di opinione sulla flessibilità. Se infatti ci sono i margini per lavorare sullo ‘sconto donna’, appare decisamente più complesso applicare il principio all’intero settore del lavoro dipendente. Per il quale, appunto, si sta cercando un percorso sostenibile sul medio-periodo anche per non “turbare” Bruxelles, attentissima in questa fase alla situazione pensionistica italiana. Meccanismo simile allo studio per i lavoratori ‘senior’ licenziati e vicini alla pensione. Ma nessuna ipotesi , al momento, è a costo zero.

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