Il disordine pensionistico delle forze dell’ordine

Il sistema pensionistico italiano non è distorto solo nei casi eclatanti

Il disordine pensionistico delle forze dell’ordine

L’encomiabile operazione “porte aperte” decisa dal Presidente dell’Inps Tito Boeri ci regala ogni mese delle chicche, che il pubblico dovrebbe studiare con diligenza, poichè il sistema pensionistico non è distorto solo nei casi eclatanti – baby pensioni, pensioni di anzianità, vitalizi ai politici – ma tocca tutta una classe anagrafica (55-70 anni, agiata!!) , che fa finta di non vedere. Anzi, appena se ne parla, non manca l’occasione di deridere chi mette le cose in chiaro (basta leggere i commenti a me indirizzati nelle precedenti puntate sulle pensioni). Solo con la riforma Fornero  si è messa una toppa. Ma il buco è molto grande e la toppa non basta.

La settima scheda pubblicata dall’Inps è relativa al personale appartenente al Comparto Difesa, Sicurezza e soccorso pubblico nell’ambito dei Lavoratori del settore pubblico iscritti ex INPDAP ed appartenenti alla Cassa trattamenti pensionistici dei dipendenti dello Stato. I privilegi descritti sono millanta. Ci limitiamo a quelli più evidenti.
Primo privilegio:  i lavoratori del comparto sicurezza (Esercito, Marina, Aeronautica, Carabinieri e Guardia di Finanza, Polizia di Stato, Polizia penitenziaria, Corpo nazionale dei vigili e Corpo Forestale dello Stato), ancora nel corso del 2015, possono accedere al pensionamento di vecchiaia con limiti di età inferiori rispetto al resto del personale dipendente dello Stato. Infatti maturano il diritto alla pensione di anzianità a 57 anni e tre mesi con 35 anni di anzianità contributiva, oppure – a prescindere dall’età anagrafica- con 40 anni e tre mesi di contributi. (Continua sotto)

Secondo privilegio: usufruiscono di maggiorazioni di servizio in relazione alla natura del servizio svolto (ad esempio: servizio di confine; servizio di volo; servizio d’impiego operativo etc). Queste maggiorazioni consentono di raggiungere l’anzianità lavorativa per l’accesso alla pensione più rapidamente. Prima del 1998 – quando è stato fissato un limite di 5 anni – si potevano avere deduzioni anche di 10 anni, per cui si poteva andare in pensione a 47 anni.
La sommatoria dei privilegi ha dato vita a pensioni sussidiate, anche per chi ha uno stipendio elevato. Dal sito dell’Inps si legge che Più del 90% dei trattamenti in essere subirebbe, con il calcolo contributivo, una riduzione dell’importo compresa tra il 40% e il 60%.

Il 90% delle pensioni esaminate ha una età alla decorrenza non superiore ai 57 anni. Fino a quell’età i trattamenti in essere sono in media quasi il doppio rispetto a quelli ricalcolati con il contributivo.
Alcuni esempi:
1) un dirigente della prefettura, andato in pensione a 60 anni nel 2010 titolare di una pensione lorda mensile 2015 di 6.450 euro, percepisce una prestazione di 3.290 euro più alta di quella che avrebbe ottenuto con il ricalcolo contributivo;
2) un ufficiale di Marina andato in pensione a 52 anni nel 2010 vedrebbe il suo assegno pensionistico passare dagli attuali 5.730 euro mensili a 2.750 euro;
3) un sottufficiale andato in pensione all’età di 54 anni nel 2013 con una pensione attuale di 3.030 euro lordi mensili avrebbe un calcolo contributivo pari a 1.520 euro.
Altro che pensionati indifesi! Secondo voi il dirigente della prefettura ha bisogno di un sussidio pagato dai giovani, dalle imprese tramite la tassazione soffocante?  Perchè il sottufficiale beneficia di un sussidio che è pari alla sua pensione “meritata” con i contributi versati?
Meditate gente, meditate, diceva Renzo Arbore.

A cura di Beniamino Piccone
Docente di Sistema Finanziario e Private banker

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