Fondi pensione “battono” ancora TFR. La relazione Covip

Mentre il Tfr si è rivalutato al netto delle tasse dell'1,2% i fondi negoziali e i fondi aperti al netto dei costi di gestione e della fiscalità hanno guadagnato in media rispettivamente, il 3,1 e il 2,9%.

(Teleborsa) – Anche nel 2020 il rendimento dei fondi pensione integrativi è stato superiore a quello del Tfr. Lo certifica la Covip, Commissione di vigilanza sui fondi pensione, nella sua relazione annuale spiegando che “dopo una prima parte dell’anno molto perturbata, in concomitanza con lo scoppio della pandemia, i mercati finanziari hanno fatto segnare un progressivo recupero supportato dalle iniziative di sostegno e di rilancio messe in atto da governi e banche centrali in tutto il mondo”.

Ne hanno beneficiato – sottolinea la Covip – anche i rendimenti dei fondi pensione. In pratica mentre il Tfr si è rivalutato al netto delle tasse dell’1,2% i fondi negoziali e i fondi aperti al netto dei costi di gestione e della fiscalità hanno guadagnato in media rispettivamente, il 3,1 e il 2,9%. Per i Pip “nuovi” di ramo III, il risultato è stato lievemente negativo, pari a -0,2%. Per le gestioni separate di ramo I, che contabilizzano le attività a costo storico e non a valori di mercato e i cui rendimenti dipendono in larga parte dalle cedole incassate sui titoli detenuti, il risultato è stato pari all’1,4%.

Oltre all’asset allocation adottata, alle differenze di rendimento tra le forme contribuiscono anche i divari nei livelli di costo. I Pip restano i prodotti più onerosi: su un orizzonte temporale di dieci anni, l’Indicatore Sintetico dei costi (Isc) è in media del 2,18 per cento (1,87 per cento per le gestioni separate di ramo I e 2,35 per le gestioni di ramo III). Si osserva inoltre una accentuata dispersione dei costi dei Pip offerti sul mercato. Si conferma, invece, la minore onerosità dei fondi pensione negoziali: sul medesimo orizzonte temporale, l’indicatore è dello 0,43 per cento. È dell’1,36 per cento per i fondi pensione aperti.

Alla fine dello scorso anno, gli iscritti alla previdenza complementare erano 8,4 milioni, in crescita del 2,2%, ma ancora appena un terzo della forza lavoro. La Relazione presentata oggi rileva che le posizioni in essere erano 9,3 milioni (inclusive di posizioni doppie o multiple, dello stesso iscritto). I fondi negoziali a fine anno contavano 3,2 milioni di iscritti, quasi 1,6 milioni erano gli iscritti ai fondi aperti e 3,3 milioni ai Pip (i piani individuali) “nuovi”; erano poco più di 600.000 gli iscritti ai fondi preesistenti. Gli uomini sono il 61,7% degli iscritti alla previdenza complementare (il 73% nei fondi negoziali). Il 31% degli iscritti ha almeno 55 anni. Il 57% degli iscritti risiede al Nord.

Alla fine del 2020, le risorse accumulate dalle forme pensionistiche complementari si attestano a 198 miliardi di euro, in aumento del 6,7% rispetto all’anno precedente: un ammontare pari al 12% del Pil e al 4,1% delle attività finanziarie delle famiglie italiane. I contributi incassati nell’anno sono pari a circa 16,5 miliardi di euro. I contributi per singolo iscritto ammontano mediamente a 2.740 euro nell’arco dell’anno, ma il 27,4% del totale degli iscritti alla previdenza complementare (circa 2,3 milioni) non ha effettuato contribuzioni nel 2020 e circa un milione di individui non versa contributi da almeno cinque anni.

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