Boeri: “Quota 100 non pensiona la Fornero. Ecco perché”

"Le risorse per finanziare il pensionamento a 62 anni di età e 38 di contributi arrivano in maggior parte dalla deindicizzazione delle pensioni (blocco delle perequazioni) introdotta nel 2011", ha spiegato

Nel ruolo di presidente dell’Inps è a fine corsa, col governo intenzionato a puntare su un uomo di area lega o a reintrodurre il Cda, ma Tito Boeri non rinuncia a dire la sua sulla riforma pensionistica Quota 100, che continua ad avversare tenacemente. Durante la trasmissione Otto e mezzo, rispondendo indirettamente a Matteo Salvini, Boeri ha affermato che Quota 100 “non pensiona affatto la riforma Fornero. Anzi “paradossalmente”, aggiunge, è proprio un intervento introdotto con la legge Fornero a garantire le risorse di quota 100: “Le risorse per finanziare il pensionamento a 62 anni di età e 38 di contributi arrivano in maggior parte dalla deindicizzazione delle pensioni (blocco delle perequazioni) introdotta nel 2011”, ha spiegato.

Il grosso del costo di quota 100, aveva lanciato l’allarme Boeri nel corso di una audizione alla commissione Lavoro del Senato stamane, “graverà comunque sulle generazioni future”. Se la misura resterà sperimentale per tre anni (e fino al 2026 per la pensione anticipata) aumenterà, ha spiegato, “il debito implicito di 38 miliardi. Se queste misure diventassero strutturali l’aumento del debito implicito lieviterebbe a oltre 90 miliardi”. Alle ore 13 di oggi sono arrivate all’Inps più di 18.000 domande per l’accesso alla pensione con ‘quota 100’, un terzo da dipendenti pubblici. “Molte delle domande arrivano dalle regioni meridionali: 4 su 10 da Basilicata, Calabria, Campania, Puglia e Sicilia”.

Una crescita del Pil 2019 solo dello 0,5% determinerebbe circa “due miliardi in meno di entrate contributive rispetto a quanto preventivato” nel budget dell’Inps che è costruito su una stima di crescita del Pil reale dello 0,9%. “Sarebbe opportuno rinviare l’avvio operativo del reddito di cittadinanza alla piena operatività dell’Isee precompilato. In assenza di controllo ex-ante sulla veridicità delle autodichiarazioni patrimoniali da parte dei richiedenti il reddito di cittadinanza, si rischia -ha spiegato- di dover poi, in sede di verifica ex-post, essere chiamati al recupero di somme ingenti da famiglie che non soddisfano i requisiti patrimoniali del reddito di cittadinanza”.

Per quanto riguarda invece il reddito di cittadinanza, “fissa un livello di prestazione molto elevato per un singolo” e questo “spiazza i redditi da lavoro”. Boeri sottolinea poi che gli effetti di scoraggiamento al lavoro sono “rilevanti”. Quasi il 45% dei dipendenti privati del Sud -ha aggiunto- ha “redditi da lavoro netti inferiori a quelli garantiti dal Rdc a un individuo che dichiari di avere un reddito uguale a zero”. In 3 anni potranno andare in pensione con quota 100 circa 650.000 persone. Con quattro anni di anticipo “l’importo della pensione si riduce di più del 20%”.

“Potremmo dover chiedere i soldi indietro”
Il reddito di cittadinanza non dispone ancora di tutti gli strumenti di verifica sopratutto quelli relativi all’accertamento del patrimonio mobiliare di chi accede al beneficio: “quindi a posteriori potremmo trovarci a fare un’azione di recupero nei confronti di famiglie che non se la passano bene, più di 100mila nuclei familiari a cui potremo richiedere indietro anche 10mila euro.  Non siamo infatti ancora in grado di verificare il patrimonio mobiliare delle persone. Sarebbe meglio quindi attrezzarci per i controlli prima e non dopo di erogare il reddito”, ha spiegato.

In collaborazione con Adnkronos

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