Pensioni, rivalutazione alla sbarra: pagano giovani e lavoratori

Tutto quelle che nessuno ha mai voluto dirvi sul sistema retributivo

Le panzane di Cirino Pomicino sui pensionati

 

Dopo l’incoerente sentenza della Corte Costituzionale che ha cassato la parte della legge Fornero che bloccava l’indicizzazione all’inflazione per le pensioni superiori a 3 volte il minimo (1.423 euro lordi al mese), sulla stampa abbiamo letto uno stillicidio di opinioni, le più disparate possibili. Ho allora deciso di sintetizzare il breviario delle panzane, attraverso un rappresentante eponimo della classe politica.

Il politico democristiano di lungo corso Paolo Cirino Pomicino, uno dei massimi responsabili della crescita del deficit e del debito – orchestrando dibattiti notturni sulla Finanziaria dove venivano inserite spese di ogni genere – sul Foglio del 15 maggio scrive: “La Corte critica piuttosto che la richiesta di sacrifici tout court venga fatta sempre e solo ai pensionati che, tolta una piccolissima parte, rappresentano la parte più debole del paese”.

Non ci sono santi. Mentre negli ultimi 10 anni, i giovani hanno visto perdere il lavoro, vedersi offrire contratti da fame, subire le angherie dei contratti fasulli di co.co.pro, i pensionati a retributivo – andati in pensione senza neanche, in molti casi, aver compiuto 60 anni – se la godevano sotto l’ombrellone. La crisi per loro non è esistita. Anzi, hanno accresciuto il loro tenore di vita.

Nel grafico sotto (fonte Banca d’Italia) si evince come la classe agiata italiana è quella composta da un capofamiglia con età da 55 a 64 anni, il cui tenore di vita non è stato per nulla intaccato dalla crisi.

La recessione strutturale durata per anni ha fatto emergere anche il distorsivo metodo di rivalutazione. Mentre chi lavora ha i contributi indicizzati alla media della crescita del pil degli ultimi 5 anni, chi è in pensione si è visto rivalutare la pensione – fino al salutare blocco Fornero – all’indice dei prezzi.
Per cui i contributi del lavoratore non si rivalutano. Addirittura se non fosse intervenuto il decreto Poletti in dirittura d’arrivo (che prevede la compensazione con gli indici positivi futuri del coefficiente negativo di rivalutazione), nel 2014 la rivalutazione dei contributi è negativa, pari al -0,1927%. Chi lavora è interessato alla crescita del Pil; colui che è in pensione non ha alcun interesse nella crescita economica. Ecco spiegate le battaglie corporative dei sindacati contro la crescita economica.

Caro Pomicino, la sua affermazione è da ribaltare così: “Tranne per una piccolissima parte, i pensionati rappresentano la parte più forte, elettoralmente più potente, più agiata d’Italia”. Le recenti analisi dell’Ocse evidenziano che la povertà colpisce soprattutto i giovani – 14,7% tra i 18 e i 25 anni, rispetto alla media Ocse del 13,8% – e i giovanissimi, al 17% sotto i 18 anni, con una media Ocse del 13%.

Se poi mi si dice che alcuni pensionati sono alla canna del gas, rammento che non si possono aiutare i veramente poveri se si regalano pensioni non meritate alle persone che stanno alla grande.

**Aggiornamento**

 

L’ESPERTO RISPONDE

Buon giorno,
mi permetto di scrivere, da pensionato, perché non sono d’accordo su quello che Lei dice.
2000 euro al mese dopo quarant’anni di lavoro come quadro dirigente, credo che non siano proprio tante.
Ci sarebbe molto da dire sulla questione pensioni, secondo me, il sistema è saltato perché si sono fatti troppi abusi sul sistema pensionistico.
Inizialmente i calcoli erano esatti, Lei mi insegna, che esiste anche una matematica finanziaria. Tutto è saltato, perché hanno dirottato tutto sull’INPS. Vedi INPDAP, vedi INPDAI, vedi soccorsi sociali non spettanti al carico
INPS, privi di contribuzione, vedi CIG ordinaria e straordianaria, vedi 10 anni di abbuono sulle pensione anni ’90 ai lavoratori dell’industria siderurgica in crisi ecc. ecc.
Le invio un rapporto da leggere attentamente.
Cordiali saluti.
G.S.

Caro S.,
Le sue osservazioni sull’INPS su cui sono confluiti tutti gli scempi italiani non può che vedermi d’accordo. INPDAI, agricoltori, commercianti, baby pensionati gridano vendetta.

Non mi trova d’accordo, invece,  la sua affermazione “2000 euro al mese dopo quarant’anni di lavoro come quadro dirigente, credo che non siano proprio tanti”.
Non rileva se siano tanti o pochi, rileva quello che lei ha contribuito nella sua intera vita di lavoro. Quanti anni ha lavorato? Per quanti anni avrà la pensione? Quando è stato promosso a quadro? Sono stati considerati gli anni di longevità degli italiani? Io spero che Lei viva più a lungo possibile, ma non è sostenibile un sistema che permette di pagare pensioni per un numero di anni pari al periodo di lavoro.
Mi spiego. Se una donna lavora 35 anni e va in pensione a 55 (avendo iniziato a 20) e vive fino a 85 (statistiche Istat), significa che l’Inps gli deve pagare la pensione (ogni anno formata dal 33% del suo reddito) da 55 a 85 anni, ossia per trent’anni. Siccome si crea un buco, in un sistema a ripartizione, lo pagano i giovani.
Allora ci troviamo in una situazione dove i nonni si lamentano che il lavoro non c’è per i nipoti. Non c’è perché le imposte sul lavoro devono coprire il buco INPS (traferimenti annui dello Stato all’INPS pari a oltre 50 miliardi).
Grazie del suo contributo,
un caro saluto,
B. Piccone

Cortese Professore,
ho letto con interesse i suoi articoli e le comunico che personalmente li trovo non corretti per una serie di ragioni che non è opportuno argomentare qui (anche perché è giusto rispettare le opinioni di tutti e quindi rispetto le sue idee anche se non le condivido).
Il motivo per cui le scrivo è che secondo me, mi permetta, “lei è fuori tema”. Le spiego: la Corte Costituzionale  quando decide della costituzionalità di una legge, non guarda la sostenibilità del sistema, bensì argomenta su una singola scelta legislativa rispondendo alla domanda “rispetta i requisiti costituzionali“? Quindi i Giudici non devono pensare ai problemi generazionali, ma al fatto che una singola legge risponda ai requisiti della Carta.Aggiungo: dai suoi articoli sembra intuirsi che il presidente della Corte avrebbe difeso i suoi interessi privati anziché il “bene della Patria”. Mi permetta che mi sembra una “accusa” un po’ forte..

Se poi invece vogliamo parlare in genere della sostenibilà finanziaria delle pensioni e di come “gestire” la cosa, si possono aprire ALTRI dibattiti, sicuramente interessanti.
Cordialità
Stefano S.

Caro Sig. S.,
La Corte Costituzionale si rispetta ma, fino a prova contraria, è costituita da umani, e quindi fallibili.
Secondo me (e secondo altri 6 componenti della Corte stessa), non si sono prese in considerazione in modo adeguato le disposizioni previste dall’art. 81 della Costituzione, che nella nuova formulazione post Einaudiana, recita: “Lo Stato assicura l’equilibrio tra le entrate e le spese del proprio bilancio, tenendo conto delle fasi avverse e delle fasi favorevoli del ciclo economico. Il ricorso all’indebitamento è consentito solo al fine di considerare gli effetti del ciclo economico e, previa autorizzazione delle Camere adottata a maggioranza assoluta dei rispettivi componenti, al verificarsi di eventi eccezionali”.
Secondo Lei, con una sentenza che costa 25 miliardi di euro, si assicura l’equilibrio tra entrate e uscite (in presenza di un debito pubblico pari al 135% del pil)?
Un caro saluto,
B. Piccone

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