Italia esclusa dalle Olimpiadi di Tokyo? Il pasticcio tra Coni e Governo

L'Italia potrebbe realisticamente venire esclusa dalle prossime Olimpiadi. Tutta colpa della questione dell'autonomia del Coni

AGGIORNAMENTO: Nella mattinata di martedì 26 gennaio, in piena crisi politica con le dimissioni del premier Conte, il Consiglio dei ministri ha approvato il cosiddetto decreto Cio sull’autonomia del Coni, salvando le Olimpiadi per l’Italia. Un passaggio necessario e non rinviabile, ma per nulla scontato. Vi rimandiamo qui per tutti i dettagli della notizia aggiornati.

No, non è uno scherzo. Mentre cambia ancora una volta Governo, nel pieno di una pandemia, l’Italia potrebbe realisticamente venire esclusa dalle prossime Olimpiadi. Questo l’orientamento del Cio, che verrà ufficializzato mercoledì 27 gennaio alle 17:30. Senza un decreto legge in 24 ore che risolva la questione, il Belpaese non potrà partecipare ai prossimi Giochi Olimpici.

Il motivo? Tutta colpa della questione dell’autonomia del Coni. Il problema sta proprio nella mancata indipendenza del Comitato olimpico dal potere politico dopo la riforma dello sport voluta dal primo governo Conte, oggi dimissionario, che, di fatto, non rispetta la Carta Olimpica. Il provvedimento non è ancora stato sistemato, e ormai il tempo è quasi scaduto.

Dall’entrata in vigore della Legge di bilancio 2018 è cambiato il rapporto tra l’allora Coni Servizi e oggi Sport & Servizi col Coni. La Carta olimpica vieta a qualsiasi comitato olimpico di operare per il tramite del Governo.

Attualmente la società Sport e Salute è invece il braccio operativo del Governo. Per questo non si può fare un contratto di servizio con una società governativa. Nell’ambito delle sue funzioni il Coni non può essere subordinato a una società del Governo.

Le conseguenze dell’Italia esclusa dalle Olimpiadi

Il mancato rispetto delle direttive della Carta Olimpica prevede quattro tipologie diverse di sanzioni nei confronti del Coni, la cui mancata indipendenza dal potere politico è stata contestata formalmente al Governo italiano ben due volte negli ultimi quattro mesi perché non compatibile con lo statuto olimpico.

La sanzione base, quella applicabile in questa prima fase, sarebbe proprio la sospensione del Comitato Olimpico Nazionale ed è l’unica i cui effetti pratici vengono decisi caso per caso, cosa che peraltro non si verifica quasi mai. Per ora non è confermata l’esclusione, ma la sospensione del Comitato olimpico nazionale sub judice, in modo da dare tempo al Governo, che sta per cadere, di aggiustare il tiro e riparare al danno.

Cosa significherebbe concretamente non partecipare alle Olimpiadi, peraltro costate il 22% in più a causa dello slittamento per il Covid? Che i nostri atleti, da Federica Pellegrini a Gregorio Paltrinieri, potrebbero gareggiare ma solo come atleti indipendenti, senza divisa, senza bandiera e senza inno, come successe alla Bielorussia di Lukashenko e alla Russia degli scandali doping.

E come conseguenza, questo grave errore si tradurrebbe anche nella sospensione dei finanziamenti del Cio all’Italia.

Cosa chiede Malagò al Governo

Intanto, il presidente del Coni Giovanni Malagò ha avvertito il Governo italiano della necessità di un immediato intervento affinché si eviti un vero disastro: “Vi supplico, serve un provvedimento tampone del Governo italiano che fermi la delibera del Cio, qualsiasi altra cosa sarebbe un suicidio o autolesionismo”.

Una situazione che lui stesso definisce “drammatica, sportivamente parlando”: “Perché ci siamo ridotti così? Perché questa società, diventata emanazione del Governo, non ha scorporato le funzioni obbligate del Coni: pianta organica, asset” chiede.

Il Cio chiede quello che il Governo italiano si è impegnato a sistemare “e che per colpa della politica, a distanza di 25 mesi, non è stato risolto. Questa situazione è contraria all’ordinamento. L’esecutivo di mercoledì è importantissimo perché è l’ultimo. Poi non ce ne saranno atri perché il presidente Bach scade e a marzo ci saranno le elezioni. Da qui a quella data non ci saranno altri esecutivi. Ecco perché è una scadenza ineludibile” conclude Malagò.

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