Il big Mac compie 50 anni: non tutti sanno che è una misura “economica” di benessere

Il Big Mac non è solo un gustoso panino, ma è anche un noto strumento di misurazione per comparare il potere d'acquisto di differenti valute. Scopri di più.

Il Big Mac spegne 50 candeline: è il 1968 quando l’hamburger composto da “due polpette di manzo, salsa speciale, lattuga, formaggio, sottaceti, cipolle e pani con i semi di sesamo” viene introdotto in tutti i ristoranti della catena McDonald’s System (oggi Corporation). Il successo è così strepitoso che nel 1986 la rivista britannica The Economist introduce il cosiddetto “indice Big Mac”, un sistema per confrontare il potere d’acquisto delle valute dei diversi Paesi in cui McDonald’s è presente.

Nato inizialmente per scherzo, l’indice ha da subito un grande seguito da parte degli economisti di tutto il mondo. Oggi il Big Mac Index è considerato un discreto sistema di analisi basato sulla teoria della parità dei poteri di acquisto (PPA), ovvero quando i tassi di cambio tendono verso un medesimo prezzo in tutto il mondo, per uno stesso identico paniere di beni e servizi.

Il noto panino, infatti, viene venduto con caratteristiche molto simili nelle migliaia di ristoranti della catena presenti in tutto il mondo e con prezzi diversi stabiliti a seconda delle economie di ogni Stato. L’indice è ottenuto dividendo il prezzo di un Big Mac in un dato Paese nella sua valuta, con quello di un altro Big Mac dello stesso tipo in un altro paese. Il dato ottenuto viene successivamente confrontato con l’effettivo tasso di cambio tra le valute dei due paesi. Se il numero si rivela più basso, di conseguenza la prima valuta è sottostimata rispetto all’altra. Al contrario, se è più alta vuol dire che la prima valuta è sopravvalutata.

Ad esempio, il dato, all’inizio del 2017, posizionava la Svizzera al primo posto in classifica con un costo del Big Mac equivalente a 6,76 dollari contro i 5,28 del prezzo americano. Quindi, il franco svizzero era nettamente sopravvalutato. La valuta della Russia invece era quella più sottostimata: infatti, si mangiava un Big Mac per circa 2,29 dollari.

L’indice Big Mac può essere utilizzato anche per confrontare l’andamento dell’economia in un determinato periodo di tempo. Inoltre, calcola un indice piuttosto corretto in base al PIL pro capite. Tuttavia, trattandosi di un singolo prodotto risulta inevitabilmente impreciso, seppur possa darci qualche indicazione utile. Secondo molti studiosi, infatti, il problema principale è che il panino non è uguale in tutto il mondo. Cambiano spesso il peso, i valori nutrizionali e le dimensioni stesse del Big Mac. Ad esempio, in India la carne rossa viene sostituita con il pollo, mentre la versione australiana del Bic Mac ha il 22 per cento in meno di calorie rispetto a quella canadese.

Il colosso del fast food, comunque sia, non è utilizzato soltanto come misura “economica” di benessere. Viene utilizzato anche in altri contesti, come ad esempio accade con la teoria McDonald sulla guerra che, in maniera piuttosto semplicistica, spiegherebbe come due nazioni che ospitano un punto vendita della catena, abbiano difficoltà a farsi guerra tra di loro.

In futuro, data la potenza economica cinese, perché non adottare anche l’involtino primavera come oggetto di studio economico?

Il big Mac compie 50 anni: non tutti sanno che è una misura “econom...