Dalle donazioni alla riconversione, “re Giorgio” Armani rivoluziona la moda anche ai tempi del Coronavirus

Re indiscusso di stile, Giorgio Armani scende in campo attivamente contro il Coronavirus. Ma ripensa anche al ruolo dell'imprenditore e di un settore che si è smarrito, come la moda

Ci sono personaggi, e aziende, che la Storia non la scrivono solo, la incidono. E lo fanno così profondamente che le parole che scelgono per raccontarla sono semplici, immediate, ma di grandissimo impatto. Sincere e potentissime, come chi le pronuncia. Giorgio Armani, e tutto ciò che ha creato, ne sono un esempio.

Icona indiscussa di eleganza, numero un al mondo per stile, e per caratura morale nel suo campo, “re Giorgio” è stato tra i primi nel nostro Paese a cogliere la gravità di quella che, presto, da focolaio lombardo si sarebbe trasformato in pandemia globale.

Massimo rigore, grandissima onestà intellettuale, dedizione assoluta al lavoro, il suo impero è frutto davvero di genio e… regolatezza. 7620 dipendenti in tutto il mondo, di cui 1475 solo in Cina. Le notizie dall’altro continente che piombano come bombe.

La sfilata alla Fashion Week di Milano a porte chiuse

È il 23 febbraio – che pare ormai lontanissimo – quando a Milano decide di sfilare a porte chiuse alla Fashion Week. Per la prima volta nella storia della moda, una sfilata tanto attesa si svolge senza pubblico, a teatro vuoto, senza stampa né buyer, trasmessa solo in diretta streaming sul sito ufficiale e sui social, proprio per non esporre le persone a inutili rischi.

“Nel momento in cui ho percepito la serietà di ciò che stava accadendo, non me la sono sentita di mettere a rischio le persone, e ho pensato a un’alternativa che non fermasse il sistema e tutelasse tutti”.

Il rinvio dell’evento di Dubai

Il 5 marzo, Armani rimanda al mese di novembre l’evento previsto il 19 e il 20 aprile a Dubai. La decisione viene presa in via del tutto precauzionale, a tutela degli operatori del settore, dei dipendenti e degli ospiti che sarebbero stati coinvolti nel viaggio. L’evento, voluto dallo stesso stilista per festeggiare la riapertura della boutique nel Dubai Mall e i dieci anni dell’Armani Hotel, si terrà in occasione di Expo 2020.

Le donazioni milionarie contro il Covid

L’8 marzo, il re del fashion stupisce l’Italia, e il mondo: per fronteggiare il contagio Covid, il Gruppo Armani dona 1 milione 250 mila euro agli ospedali Sacco, San Raffaele e Istituto dei Tumori di Milano, allo Spallanzani di Roma e alla Protezione Civile.

Due giorni dopo, il pensiero è rivolto anche ai suoi diretti dipendenti. Armani comunica la chiusura temporanea dei propri negozi, ristoranti e dell’hotel di Milano. E dà il suo contributo anche all’ospedale di Bergamo, a quello di Piacenza e a quello della Versilia, arrivando così a una donazione complessiva di 2 milioni di euro.

La lettera ai medici, da medico mancato

Medico mancato per un soffio (“Dovetti abbandonare gli studi per aiutare la mia famiglia”), Armani confessa ai pochi magazine a cui rilascia interviste che non perde l’ottimismo, nonostante tutto. La sua Milano è violentata, eppure lui affronta il deserto sociale, ed economico, unito all’emergenza sanitaria, “con la consapevolezza che lo sforzo di tutti ci farà uscire da questa situazione”. Scrive anche una lettera bellissima, Armani, rivolta ai nostri “angeli”, tutti quei medici, infermieri, operatori sanitari. Un grazie profondamente umano:

“È commovente vedervi impegnati nel vostro lavoro con le difficoltà e i grandi sforzi che ormai tutto il mondo conosce. E soprattutto vedervi piangere. Credo che questo sentimento si colleghi al mio desiderio di intraprendere la carriera di medico quando ero giovane e cercavo una mia strada. Tutta la Giorgio Armani è sensibile a questa realtà ed è vicina a tutti voi: dal barelliere all’infermiera, dai medici di base a tutti gli specialisti del settore. Vi sono personalmente vicino. Giorgio Armani”.

La riconversione produttiva durante l’emergenza

Il 26 marzo un ulteriore, grande, prova di solidarietà. L’azienda comunica la conversione di tutti i propri stabilimenti produttivi italiani nella produzione di camici monouso destinati alla protezione individuale degli operatori sanitari impegnati a fronteggiare il Coronavirus. Segno, vigoroso, che il mondo economico, produttivo, italiano può essere anche questo.

“Dovremo trovare nuove soluzioni per far ripartire l’economia, e la cultura” dichiara Armani, perché nella crisi “c’è sempre un’opportunità”. Serve “lavorare insieme, perché solo attraverso una volontà e un impegno collettivo si può ripartire e pensare al futuro”.

Il 1 aprile arriva la comunicazione che i giocatori e l’allenatore della Pallacanestro Olimpia Milano, la squadra di Armani, hanno deciso di rinunciare a una parte del proprio stipendio – 1 milione di euro – per sostenere le strutture ospedaliere lombarde impegnate a contrastare l’emergenza epidemiologica e che Olimpia Milano effettuerà inoltre una corrispondente donazione.

Come cambia la moda, e il lavoro

Il futuro, in parte, è già qui. Per questo serve cambiare il passo, suggerisce re Giorgio, “rallentarlo”, come dice da tempo peraltro. Il sistema economico deve necessariamente trasformarsi, e la moda soprattutto. Non esisterà più quel “ciclo della moda che comunica e basta, dell’intrattenimento fine a se stesso, saranno ridimensionati gli show faraonici e i viaggi”.

E cambiano anche i modi, e i tempi. Armani costretto allo smart working scopre, nel lavoro a distanza, anche qualcosa di positivo: “Ci sono modi di lavoro diversi, che non intaccano la produttività. Stiamo anche scoprendo un modo di fare le cose meno immediato, però efficace. Potrebbe anche portare risparmi notevoli sui costi aziendali”.

Infine, una lettera per riformare un pensiero che guidi la moda in questa nuova era:

“Sono anni che sollevo i medesimi interrogativi durante le conferenze stampa successive ai miei show, sovente inascoltato, o ritenuto moralista. L’emergenza attuale dimostra invece come un rallentamento attento ed intelligente sia la sola via d’uscita. Una strada che finalmente riporterà valore al nostro lavoro e che ne farà percepire l’importanza e il valore veri al pubblico finale.

Il declino del sistema moda per come lo conosciamo è iniziato quando il settore del lusso ha adottato le modalità operative del fast fashion, carpendone il ciclo di consegna continua nella speranza di vendere di più, ma dimenticando che il lusso richiede tempo, per essere realizzato e per essere apprezzato. Il lusso non può e non deve essere fast. Non ha senso che una mia giacca o un mio tailleur vivano in negozio per tre settimane prima di diventare obsoleti, sostituiti da merce nuova che non è poi troppo diversa. Io non lavoro così, e trovo immorale farlo. Ho sempre creduto in una idea di eleganza senza tempo, che non è solo un preciso credo estetico, ma anche un atteggiamento nella progettazione e realizzazione dei capi che suggerisce un modo di acquistarli: perché durino (…).

Questa crisi è una meravigliosa opportunità per rallentare e riallineare tutto; per disegnare un orizzonte più vero. Sono già tre settimane che lavoro con i miei team perché, usciti dal lockdown, le collezioni estive rimangano in boutique almeno fino ai primi di settembre, come è naturale che sia. E così faremo da ora in poi.

Questa crisi è anche una meravigliosa opportunità per ridare valore all’autenticità: basta con la moda come puro gioco di comunicazione, basta con le sfilate cruise in giro per il mondo per presentare idee blande e intrattenere con spettacoli grandiosi che oggi ci si rivelano per quel che sono: inappropriati, e se vogliamo anche volgari. Sprechi di denaro che inquinano e sono verniciate di smalto sul nulla. Eventi speciali devono succedere per occasioni speciali, non come routine (…).

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