Domenico Vacca risponde alle accuse del New York Times contro il Made In Italy

L’ambasciatore del lusso italiano negli USA afferma in un’intervista il suo disaccordo a quanto contenuto nell’inchiesta del New York Times, che accusa i brand di lusso di sfruttare le sarte del Sud Italia

Domenico Vacca, il noto stilista che ha vestito le star del cinema e di Hollywood, tra cui Glenn Close, Al Pacino e Dustin Hoffman, risponde alle accuse di qualche giorno fa da parte del New York Times il quale, attraverso un’inchiesta della giornalista Elisabeth Paton, denunciava lo sfruttamento delle sarte nel Sud Italia, pagate 1 euro all’ora per la realizzazione di capi costosi, venduti da brand importanti, tra cui Max Mara e Fendi.

In particolare, l’inchiesta ha fatto luce su un paesino della Puglia, Santeramo in Colle, dove una donna di oltre 50 anni cuce indumenti di lusso, senza alcun contratto, nessuna assicurazione e ad un misero compenso. Questi vengono poi rivenduti dai brand di lusso citati ad almeno 800 euro a pezzo. All’inchiesta hanno preso parte anche altre donne le quali hanno voluto denunciare questo sfruttamento, paragonabile a quello di Paesi come il Bangladesh, la Cina e l’India.

Lo stilista, newyorchese di adozione, risponde ai microfoni di TGNorba24, il canale di informazione locale pugliese, con le seguenti dichiarazioni: “Io produco in Puglia almeno da 12 anni. Vengo da una famiglia dove mia nonna era una sarta. So storicamente l’evoluzione delle sarte in Puglia. Non esistono in Puglia sarte che prendono un euro all’ora e non so dove le abbiano trovate. I costi di produzione in Puglia non sono bassi: sono per un prodotto di qualità. Alcune aziende pugliesi sono andate a produrre addirittura all’estero perché non riuscivano ad abbassare i costi di produzione (inclusi quelli delle sarte), per poter essere competitivi. Le aziende che sono rimaste, come la nostra, è perché apprezzano la qualità”.

Domenico Vacca aggiunge che secondo lui occorre una risposta forte da parte dell’Italia. Prosegue, infatti, dicendo: “Mi sa tanto di premeditazione contro il made in Italy, contro il Sud e contro la Puglia. Spero che comunque da parte nostra ci sia una reazione, una smentita abbastanza forte”.

Oltre alle dichiarazioni del famoso stilista, in questi giorni sono state numerose le risposte a questa inchiesta-denuncia. Oltre al presidente della Camera Nazionale della Moda, Carlo Capasa, il quale ha voluto sottolineare che “la Puglia non è il Bangladesh, stiamo già procedendo per vie legali”, anche il patron del gruppo Tod’s, Diego Della Valle ha voluto dire la sua. L’imprenditore italiano dice di “essere totalmente estraneo alla vicenda e che i nomi citati sono marchi e aziende che hanno già dimostrato a suo tempo come considerano il rapporto con l’etica e il senso della morale”. Inoltre, aggiunge che gli americani “sono famosi per i telefonini, noi per fare i più bei oggetti di moda del mondo”.

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