Le 10 regole del buon imprenditore, secondo Leopoldo Pirelli

Quali sonole regole per essere un buon imprenditore? Ecco il decalogo scrittto da Pirelli nel 1986

Un animo gentile ed elegante, un acuto senso dell’imprenditorialità: caratteristiche che lo hanno portato a trasformare un’azienda in un colosso.

Poche parole che non possono riassumere in toto l’impegno e la costanza di un uomo, Leopoldo Pirelli, scomparso il 23 gennaio del 2007 e che ha fatto della sua impresa un simbolo di sviluppo e progresso. Stiamo parlando della Pirelli, uno dei motori del capoluogo lombardo che ha dato lavoro a numerosi lavoratori che dal Sud si erano spostati al Nord per lavorare in fabbrica.

Un mestiere non semplice quello dell’imprenditore, dove inconvenienti e avvenimenti inaspettati sono dietro l’angolo e dove capacità di gestione e di grande umanità sono un must have.

Quella dell’imprenditore è una professione che si impara giorno dopo giorno, affrontando a testa alta le sfide più difficili e accettando i periodi più bui.

Leopoldo Pirelli – una delle più grandi figure imprenditoriali della storia italiana – un po’ come Michele Ferrero con le sue norme guida scritte per il personale, realizzò un decalogo con le “10 regole dell’imprenditore”. Quelle che un imprenditore con la I maiuscola dovrebbe avere. Vennero scritte nel 1986 in occasione del Collegio degli Ingegneri di Milano, dove gli fu conferita la medaglia d’oro di socio onorario. Ecco il decalogo di Leopoldo Pirelli:

  1. sono sempre stato convinto che la libera impresa privata sia pilastro importante di un libero sistema e mezzo insostituibile di progresso sociale. […] La nostra credibilità, la nostra autorevolezza, direi la nostra legittimazione nella coscienza pubblica sono in diretto rapporto con il ruolo che svolgiamo nel concorrere al superamento degli squilibri sociali ed economici dei Paesi in cui si opera: sempre più l’impresa si presenta come luogo di sintesi fra le tendenze orientate al massimo progresso tecnico-economico e le tendenze umane di migliori condizioni di lavoro e di vita;
  2. ho sempre creduto che un chief executive officer, che è anche azionista, debba privilegiare la prima qualificazione, quella di chief executive officer rispetto alla seconda, perché i suoi doveri non sono solo verso i suoi azionisti, ma anche verso tutti coloro che lavorano in azienda, verso le comunità che la circondano, verso i Paesi in cui il gruppo opera;
  3. credo fermamente che in un gruppo delle nostre dimensioni, il chief executive officer debba farsi affiancare da collaboratori professionalmente capaci e moralmente ineccepibili. Penso inoltre che con loro egli debba stabilire quali sono i problemi sui quali intende decidere in prima persona, naturalmente dopo aver ascoltato e vagliato i loro pareri e quali i problemi per i quali delega la decisione […] qualunque sia il grado di delega, il chief executive officer rimane responsabile di tutto quello che succede nel gruppo, perché è lui che ha scelto gli uomini e dato le deleghe e quindi li copre sempre e comunque;
  4. sono convinto che fra i primi compiti del chief executive officer vi sia la continua cura della preparazione dei quadri futuri, dalla sua successione a quella dei suoi collaboratori più vicini, preoccupandosi che questi a loro volta diano al problema la stessa importanza, e cosi via giù per la piramide;
  5. pur essendo il capo, il chief executive officer deve cercare di capire il personaggio umano che sta nei suoi colleghi, coi suoi problemi personali di salute o economici o familiari e deve sempre ricordarsi che, se un collega non si dimostra all’altezza dei compiti affidatigli, è lui, il chief executive officer, che ha sbagliato per primo affidandoglieli;
  6. sono convinto che un imprenditore debba essere onesto nel senso più lato della parola (non basta cioè che non rubi e non dia falsa testimonianza). Parlando di onestà in senso lato, penso a un determinato comportamento verso azionisti e dipendenti, ma anche verso clienti, fornitori, concorrenti, fisco, partiti e mondo politico. Penso che, a parte ogni principio morale, l’essere onesto paghi, sia l’imprenditore come persona sia l’azienda che egli dirige;
  7. ho la convinzione che il chief executive officer deve saper evolvere coi tempi, pur tenendo fede ai “sacri principi” cui ho appena accennato. Un solo esempio: quello dei rapporti coi lavoratori e con le loro rappresentanze […];
  8. è mia opinione che l’imprenditore non debba rimpiangere decisioni prese nella convinzione di essere nel giusto e che invece nel tempo si sono dimostrate sbagliate […];
  9. credo che l’imprenditore non debba vantare meriti che spesso non sono individuali ma collettivi. Io, se devo attribuirmi un merito, scelgo quello di essere rimasto calmo e sereno al timone nei momenti in cui la barca era in difficoltà, in cui lo scafo stesso sembrava dar segni di cedimento. Ma non sono certo stato solo nel portare la barca fuori dalla burrasca: mentre io restavo al timone, altri hanno issato nuovamente le vele e insieme abbiamo ripreso a navigare. Meglio di prima, forse benino, perché non dire oggi, niente male?;
  10.  chiudo, ricordando per ultima la prima qualità che un imprenditore deve sempre avere: cercare, cercare con tutte le sue forze, di chiudere dei buoni bilanci. Se non ci riesce una volta, riprovare. Se non ci riesce più volte, andarsene. E se ci riesce, non credersi un padreterno, ma semplicemente uno che, dato il mestiere che ha scelto, ha fatto il suo dovere.
Le 10 regole del buon imprenditore, secondo Leopoldo Pirelli