Welfare. Un accordo tra sogni e realtà – La rivisitazione della legge 30 conferma la flessibilità, aumentando le tutele e introducendo ammortizzatori sociali in forma embrionale. Difficile che sia mantenuto l’impegno per le pensioni dei giovani

La rivisitazione della legge 30 conferma la flessibilità, aumentando le tutele e introducendo ammortizzatori sociali in forma embrionale. Difficile che sia mantenuto l'impegno per le pensioni dei giovani

 

Tetto di 36 mesi per il lavoro a termine e ammortizzatori sociali. Sono queste le maggiori novità dell’accordo sul welfare.
Un accordo difficile, frutto di un complesso lavoro di mediazione, nel quale spesso posizioni puramente ideologiche hanno lasciato il posto ad una chiara lettura della realtà.

Un esempio, anzi l’esempio, è rappresentato dall’impegno di garantire un tasso di sostituzione del 60% per le pensioni dei giovani. Una promessa da marinaio. Così è stato definito da Sandro Gronchi su Lavoce.info: per mantenerlo la pressione contributiva sugli stipendi dovrebbe essere superiore al 51% per centro. Ovvero finirebbe all’Inps più della metà dello stipendio di ogni lavoratore (per maggiori approfondimenti, vedi: Pensioni: promesse da marinaio).

L’altra scommessa del protocollo riguarda gli ammortizzatori sociali. E qui si passa dalla politica alla realtà.

È previsto l’avvio dell’armonizzazione di disoccupazione ordinaria e mobilità e l’unificazione dei diversi tipi di cassa integrazione. C’è l’aumento della durata dell’indennità per chi perde il lavoro (8 mesi fino a 50 anni; 12 per gli altri), del suo importo e la copertura configurativa nei periodi di percezione dell’indennità.
Ci sarà anche la costituzione di un fondo di credito per i parasubornduinati, da utilizzare nei periodi di inattività.

Sul lavoro a progetto l’intervento riguarda le aliquote contributive. E’ prevista una stretta che ha il fine principale d’impedire l’abuso di questa figura contrattuale.

Le aliquote più pesanti dovrebbero, quanto meno scoraggiare l’uso improprio dei co.pro, anche se all’orizzonte si profila lo spauracchio delle partite Iva. Secondo l’Isfol (Istituto per lo svilupo e la formazione dei lavoratori) si sta assistendo a un crescente utilizzo di lavoratori parasdubordinati costretti ad aprire partita Iva. Uno strumento a cui le aziende ricorrerebbero per evitare che possa essere invocata la legge 30 per reclamare l’assunzione a tempo indeterminato.

Strano destino, questo. Da un lato la Biagi è chiamata in causa come cusa di tutta la precarietà presente in Italia. Gli imprenditori, dall’altro, non la temono. Per paura che sia usata come apripista al lavoro a tempo indeterminato.

Ma è così vero che nel paese esiste un precariato diffuso? Oppure è sol una percezione, amplificata dai mezzi di comunicazione? Il calcolo fatto da Emiliano Mandrone e Nicola Massarelli, (Quanti sono i lavoratori precari, in Lavoce.info), sembra dare una risposta affermativa. Secondo i due ricercatori, il dato fornito dall’Inps, circa l’esistenza di un milione e mezzo di parasubordinati, va depurato. E cioè eliminando pensionati, chi ha già il lavoro, i professionisti e gli amministratori si socaità, i precari si riducono sulle 800 mila unità. Un numero assolutamente limitato e sopportabile dal punto di vista sociale.

Conclusioni, per la verità, anticipate già la scorsa estate da Roberto Santarelli, direttore generale di Finmeccanica, in un’intervista a Virgilio. “Nell’industria – aveva detto Santarelli – i lavoratori a progetto sono pochi e spesso riguardano anziani o specifiche figure professionali” (per l’intervista completa, vedi: Più occupazione e meno precariato. Grazie alla Biagi).

Lavoro in affitto. Il protocollo interviene su due fronti. Per quanto riguarda quello a tempo determinato, l’intermediazione è ricondotta nell’ambito dei soggetti pubblici, decretando l’insuccesso della liberalizzazione. Mentre per lo staff leasing, l’affitto a tempo indeterminato, il governo ha riaperto il tavolo con i sindacati.

Lavoro a tempo parziale. Se la diffusione dei contratti previsti dalla legge 30 è rimasta piuttosto limitata, un discorso a parte merita il part time. La sua crescita è costante. Nel 2006 i lavoratori erano 3 milioni e 30 mila: il 15% dei lavoratori.
Un successo in parte offuscato dalle clausole elastiche, attraverso le quali il datore di lavoro impone, senza preavviso, cambi di orario spesso penalizzandi per i lavoratori, soprattutto se donne.
Per questo il protocollo ha previsto l’introduzione di norme che favoriscono tempi lunghi e, soprattutto, strutturati, sopra le 24 ore settimanali. Inoltre sono introdotte aliquote contributive più pensati per i part time a 12 ore, con il chiaro intento di disincentivarli.

Infine l’accordo sul welfare abolisce il lavoro a chiamata o intermittente. Non senza polemiche: perché l’abrogazione ex lege potrebbe lasciare privi di tutela i numerosi lavoratori stagionali del turismo.

F.C.

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