Vaccino Covid, il dipendente che lo rifiuta può essere licenziato?

L'orientamento dell'Inail rimane il riconoscimento dell'infezione da Covid-19 a lavoro come infortunio, ma manca una normativa in merito

L’obbligo della vaccinazione al Covid-19 negli ambienti di lavoro è un argomento spinoso che in questi mesi ha riguardato soprattutto il personale sanitario, categoria più esposta al coronavirus e con più responsabilità perché a stretto contatto con le fasce di popolazione a rischio. La questione del licenziamento per il dipendente che si rifiuta di sottoporsi al vaccino riguarda però anche tutta la platea dei lavoratori.

Vaccino Covid, licenziamento del dipendete che lo rifiuta: l’orientamento

Il nodo riguarda il riconoscimento dell’infezione da Covid-19 come infortunio sul luogo di lavoro e l’eventuale responsabilità dell’impiegato che non vuole ricevere l’iniezione. Sull’argomento si attende la valutazione dell’Inail: l’Istituto si è già espresso sulla corrispondenza diretta tra contagio e attestazione della malattia provocata dal coronavirus, ma potrebbe assumere una decisione opposta di fronte al lavoratore che nega il vaccino.

Come ha ricordato il professore Roberto Pessi, ordinario di Diritto del Lavoro all’Università Luiss Guido Carli di Roma, in materia la norma cardine è rappresentata dall’articolo 2087 del Codice civile che  “sancisce in modo chiaro l’obbligo del datore di lavoro di assicurare la sicurezza psicofisica del lavoratore”. Un dovere contrattuale nel quale sono riconosciuti le circostanze più disparate, dagli interventi di prevenzione degli infortuni, al mobbing o il demansionamento. “La casistica è molto ampia e di volta in volta ci si domanda se il datore di lavoro ha fatto tutto ciò che poteva per prevenire e per tutelare la salute del dipendente”, sottolinea Pessi.

Vaccino Covid, licenziamento del dipendete che lo rifiuta: le contraddizioni

In attesa dell’Inail o di una sentenza che possa tracciare un orientamento nella giurisprudenza, il presidente della Fondazione Studi Consulenti del Lavoro, Rosario De Luca sottolinea però la necessità di una regolamentazione specifica: “Si va avanti per interpretazioni e in modo non univoco. Sono fenomeni scaturiti dalla pandemia, che non trovano riscontro in una norma di legge. Risulta per questo complesso assumere una decisione coerente, proprio perché manca il riferimento”.

Una lacuna che potrebbe esporre a conseguenze penali il datore di lavoro in caso del manifestarsi della malattia sul proprio dipendente con gravi effetti sulla sua salute, ma che allo stesso tempo lo scagionerebbe nel caso di rispetto di tutte le direttive.

“Alla domanda se il datore di lavoro adempiente potrà essere condannato, la risposta è no. Ma solo dopo essere rimasto coinvolto in un procedimento penale a suo carico, con annessi e connessi, comprese le conseguenze sulla propria attività” dice ancora De Luca.

Anche per stabilire un obbligo di vaccinazione sarebbe necessario un perimetro normativo chiaro e inoltre si dovrebbero mettere i lavoratori nelle condizioni di ricevere effettivamente la dose anti-Covid, fattore per nulla scontato alla luce degli ulteriori tagli alle forniture da parte delle aziende farmaceutiche. Nel frattempo l’Inail continuerà a considerare infortunio un contagio avvenuto sul luogo di lavoro, anche se il dipendente si è rifiutato di vaccinarsi.

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