Quanto guadagnano davvero gli insegnanti in Italia: gli stipendi

L’Università Cattolica di Milano ha paragonato la situazione del nostro paese con quella degli altri membri Ue e Ocse

È trascorso quasi un mese dal rientro completo degli studenti nelle scuole di tutta Italia. La prima campanella è suonata lo scorso lunedì 13 settembre, con 8,3 milioni di studentesse e studenti tornati ad occupare le aule dei nostri istituti.

Assieme a loro hanno fatto ritorno al lavoro anche gli oltre 840mila insegnanti (dati del Ministero dell’Istruzione per l’anno 2020) tra professori di ruolo e docenti di sostegno (qui per tutte le novità sulle corse di bus, treni e metro).

E le domande che ogni anno accompagnano questo periodo sono sempre le stesse: quanto guadagnano gli insegnanti? Quali sono le prospettive di crescita degli stipendi? E negli altri paesi qual è la situazione?

L’Osservatorio dei conti pubblici italiano (Ocpi) dell’Università Cattolica di Milano ha recentemente pubblicato uno studio in cui illustra lo stato di salute (economica) della scuola italiana e propone un paragone con gli altri paesi Ue e Ocse sulla base di alcuni elementi specifici.

La carriera dei docenti

In Italia – come in buona parte dell’Europa meridionale – la carriera dei docenti è sostanzialmente piatta, ossia non esiste la possibilità (fondamentale per la crescita professionale dell’individuo) di “fare carriera”.

Infatti, possono essere assegnate delle responsabilità extra (ed eventualmente retribuite), ma non esiste alcun tipo di promozione formale. La progressione salariale dipende perciò solo dall’anzianità di servizio.

Al contrario, non funziona così in alcuni paesi europei (Francia, Regno Unito, Germania), nelle scuole asiatiche e nel Nord America, dove le carriere degli insegnanti sono strutturate su più livelli di responsabilità, a cui sono associati stipendi diversi a seconda del ruolo ricoperto.

Inoltre, in Italia la valutazione dei docenti non ha conseguenze rilevanti sulla carriera: è utilizzata per assegnare alcuni bonus di merito, ma alle performance negative non segue alcuna azione.

Non è così in altri paesi dove, invece, la valutazione è determinante per la promozione e la progressione salariale. L’esempio principe è quello del Regno Unito, dove esistono varie fasce di retribuzione per ciascun livello di carriera.

Inoltre, in questi sistemi è l’organo scolastico a valutare annualmente se assegnare all’insegnante un aumento di stipendio. I docenti possono essere anche promossi e raggiungere la fascia di reddito superiore, mentre le valutazioni negative possono comportare il rinvio della promozione o l’annullamento dell’incremento.

Il livello degli stipendi

Per quanto riguarda invece il mero confronto tra stipendi, per farlo l’Ocpi ha rapportato le paghe dei docenti al differente reddito pro capite dei vari paesi (qui per tutti i grafici di confronto).

Il dato italiano che maggiormente salta all’occhio è quello relativo alla crescita dei salari nel corso della carriera professionale. Se, per quanto riguarda lo stipendio di partenza, l’Italia (32.500 dollari annui, circa 28.100 euro) rimane in linea con la media Ocse (circa 34mila dollari, 29.400 euro), il dato crolla se si osserva il reddito massimo raggiungibile da un\una docente (tetto di 48mila dollari in Italia, cioè circa 41.500mila euro, contro gli oltre 57.500 dollari negli altri paesi, cioè 49.700mila euro).

Infine, anche i tempi di crescita degli emolumenti sono scoraggianti per gli insegnanti nostrani. Qui, infatti, l’incremento stipendiale è più lento rispetto a quasi tutti i paesi confrontati.

Se negli altri sistemi il meccanismo meritocratico e premiale permette di scalare in pochi anni anche molte categorie professionali (con conseguente crescita degli stipendi), in Italia un insegnante medio (tra scuola dell’infanzia, scuole primarie e scuole secondarie di ogni livello) impiega almeno 35 anni per raggiungere il compenso massimo.

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