Smart working, l’indagine rivela qual è il futuro del lavoro da casa

Per Manageritalia si va verso un regime misto: quante aziende lo hanno scelto e cosa significa

Durante i mesi dei lockdown capitava di sentir dire che il lavoro non sarebbe tornato come prima. I primi segnali del contrario sono arrivati da Google e Apple. Le progredite big tech, in grado di influenzare, con le proprie decisioni, l’organizzazione del lavoro di tante altre aziende, più o meno conosciute, hanno richiamato i dipendenti in ufficio. Cosa significa? Lo smart working è stata una bolla? Anche questo non è completamente corretto.

Sì, perché come rileva uno studio di Manageritalia, una grossa fetta di compagnie italiane ha optato per un modello misto. E ciò nonostante lo smart working “semplificato”, quello, cioè, che non richiede l’accordo con il lavoratore per poter essere messo in pratica, sia stato prorogato fino a fine 2021.

Cosa dicono i dati dell’indagine sul futuro dello smart working

Innanzitutto che, almeno se si guarda alla soglia del 100% di dipendenti in collegamento da casa, il Covid ha spostato ben poco. Prima del virus, infatti, solo il 7% delle aziende chiedeva ai lavoratori di svolgere i propri compiti da remoto. Dopo la prima e la seconda ondata, quel numero è salito di appena 4 punti, attestandosi quindi all’11%. Diverso il quadro se si prende in considerazione un regime “misto”: per alcuni giorni il dipendente resta a casa, svolgendo i propri compiti grazie a internet, per altri, invece, deve presentarsi obbligatoriamente in ufficio.

Si tratta di uno smart working a “intermittenza”. Ebbene, le aziende che lo preferiscono sono il 55%, più della metà, in sensibile aumento rispetto al 2019, quando le compagnie che sceglievano il lavoro da remoto (per una percentuale oscillante tra il 10 e il 70 per cento della forza lavoro) erano il 21% del totale. Sui numeri pesa l’impatto dei dipendenti della Pubblica Amministrazione che sono tornati al 100% in presenza.

Cosa rivela lo studio sul futuro del lavoro dall’estero

Si infrange anche il sogno del lavoro dall’estero, che crea una serie di complicazioni per i datori di lavoro e quindi risulta ancor meno allettante. Si va da problemi legali dal punto di vista fiscale e contributivo, al pagamento delle tasse, che, dopo 183 giorni, vanno dichiarate nel posto in cui l’attività lavorativa viene svolta. C’è anche un nodo sicurezza. In caso di infortunio, infatti, l’Inail potrebbe non indennizzare il lavoratore.

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