Settimana lavorativa di 4 giorni in Giappone: quali sono i pro e i contro

Il Paese orientale approva la settimana lavorativa corta per venire incontro alle esigenze dei lavoratori, anche se sotto c'è una manovra economica per far aumentare i consumi

Il mito dei giapponesi che lavorano troppo potrebbe presto crollare grazie a una riforma del lavoro rivoluzionaria e quasi impensabile in Italia. In realtà, osservando i dati dell’Oecd, il popolo nipponico non raggiunge neanche la top 15 delle nazioni con più ore lavorative pro capite in un anno.

Basta pensare che il Giappone ha dovuto aspettare il 2020, il tormentano anno del Covid, per superare il dato dell’Italia, con 1.598 ore contro 1.559. Su questi numeri ha influito anche la poca diffusione della pratica dello smart working nel Paese orientale. Per tutto il decennio precedente però, in quanto a ore lavorative annuali, è stato molto più in basso di noi.

Nonostante i numeri in linea con il resto del mondo, il Governo di Tokyo ha analizzato la qualità del mondo del lavoro, rilevando che la maggior parte dei giapponesi ha un minor numero di giorni di ferie rispetto ai cittadini di altri stati, con poca flessibilità oraria e poco tempo per la propria vita privata.

Il disequilibrio tra lavoro e tempo libero sembrerebbe alla base della poca efficienza di diversi settori, e per questo l’esecutivo ha proposto di ridurre la settimana lavorativa.

Settimana lavorativa di 4 giorni in Giappone: il primo esperimento di Microsoft

Già nell’agosto 2019 Microsfot aveva provato a far crollare il binomio ore di lavoro-produttività, partendo proprio dalla sua sede di Tokyo, dove aveva deciso di dare agli oltre 2.300 dipendenti un ulteriore giorno di riposo per un intero mese.

La settimana era così composta: quattro giorni lavorativi dal lunedì al giovedì e week-end lungo libero. Il colosso informatico in quell’occasione rilevò un aumento della produttività, misurato in termini di vendite per dipendente, del 39,9% rispetto all’agosto 2018.

Tenere lo stabilimento chiuso per un giorno in più a settimana portò anche a un abbattimento dei costi aziendali. Tra tutti quello dell’energia elettrica, del 23,1%, e della carta stampata utilizzata, del 58,7%. La maggior parte dei dipendenti, il 92,1% si dimostrò entusiasta dell’esperimento.

Settimana lavorativa di 4 giorni in Giappone: cosa è stato deciso e perché

Il primo ministro nipponico Yoshihide Suga ha annunciato che nelle linee guida del Piano economico annuale è stata inserita una mini riforma, che prevede appunto la settimana corta di quattro giorni lavorativi.

Si tratta ufficialmente di una misura per aiutare i lavoratori a gestire tempo libero e famiglia, che potrebbe però rappresentare una soluzione alternativa alla crescita zero del Paese orientale, sia in termini economici che di popolazione.

Più giorni di riposo equivalgono a più vacanze, cene in ristorante e in generale una maggior propensione al consumo. E magari alla decisione di ampliare la famiglia, con i relativi costi da sostenere e i benefici per la società relativi alla nascita di un bambino.

Senza un intervento statale a un minor numero di ore corrisponderà però uno stipendio più basso, e non è escluso che i giapponesi possano decidere di trovare un secondo lavoro nel week-end, invece di rilassarsi e formarsi per diventare più competitivi e aumentare la produttività in quello principale.

Il progetto prevede comunque che sia il dipendente a scegliere quando e quanto lavorare, in base a un piano da concordare con i propri superiori.

Settimana lavorativa di 4 giorni in Spagna: parte l’esperimento nelle aziende

Solo la sua attuazione permetterà di capire se hanno ragione Microsoft e il governo giapponese o gli imprenditori preoccupati per una riforma che promette di rendere il lavoro più umano e flessibile, ma che potrebbe rilevare dei punti deboli. In Europa esistono già Paesi con la settimana corta.

La stessa strada è già percorsa anche dalla Spagna, dove l’esecutivo ha dato il via libera a una proposta del partito di sinistra Mas Paìs per sostenere economicamente 200 aziende che decideranno di ridurre l’orario di lavoro a 32 ore settimanali e non saranno così costrette a tagliare gli stipendi.

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