Reddito di cittadinanza, ecco come funzionava la maxitruffa

Sedici persone sono finite in manette per aver utilizzato migliaia di nominativi di cittadini romeni per avanzare richieste per il sussidio di cittadinanza

Sventata una maxitruffa da 60 milioni di euro legata al reddito di cittadinanza. La Guardia di Finanza di Cremona e Novara, su disposizione della Procura della Repubblica di Milano, ha eseguito nella mattinata di giovedì scorso ben 16 ordinanze di custodia cautelare in carcere.

Il provvedimento è arrivato nei confronti di altrettanti membri di quella che i magistrati ritengono essere un’associazione per delinquere finalizzata alle estorsioni e al conseguimento di erogazioni pubbliche. Arresti e perquisizioni sono state condotte nelle province di Cremona, Lodi, Brescia, Pavia, Milano, Andria, Barletta e Agrigento (qui la nuova stretta del Governo Draghi sui controlli).

Sei governatori di regione hanno commentato il caso chiedendo lo stop al rifinanziamento della misura, ma il ministro del Lavoro, l’esponente dem Andrea Orlando, ha invitato tutti a non credere a quella che definisce una “ignobile campagna politica” (qui tutti i numeri aggiornati sulla Manovra 2022).

Coinvolti molti cittadini romeni, ma la regia appare esterna

Il blitz delle Fiamme Gialle si inserisce in un’indagine ben più ampia che coinvolge oltre 9mila persone. Il gruppo criminale sarebbe composto da una banda di romeni, insieme ad alcuni cittadini italiani (in parte complici o semplicemente vittime di estorsioni).

La banda si recava nei centri di assistenza fiscale (Caf) abilitati alle pratiche per il sussidio: a quel punto, presentavano le richieste e i codici fiscali “noleggiati” da altri cittadini romeni (la maggior parte dei quali non aveva nemmeno mai messo piede in Italia), sostenendo però che queste persone esistessero e vivessero nel nostro Paese da almeno 10 anni.

A questo punto il responsabile dell’ufficio aveva due possibilità: fare finta di niente (intascandosi il compenso di 10 euro riconosciuto loro dall’Inps per ogni pratica aperta), oppure ribellarsi, con il rischio concreto di diventare oggetto di minacce ed estorsioni da parte dei malavitosi. Una volta inviate tutte le pratiche, altri complici si recavano poi alle Poste per ritirare le card su cui venivano erogati i fondi.

In alcune inchieste analoghe salite purtroppo agli onori della cronaca nazionale, alcuni impiegati avevano notato che gli utenti che si presentavano addirittura non conoscevano nemmeno la lingua italiana: e così anche quello che stavano chiedendo all’amministrazione pubblica non era chiaro, lasciando intuire come probabilmente si trattasse di persone incaricate di tentare la truffa da parte altri.

Le indagini della Procura di Milano e le prime ipotesi

In questo modo, secondo il “pool reati pubblica amministrazione” coordinato dal procuratore aggiunto Maurizio Romanelli, ad oggi il gruppo sarebbe riuscito a mettere le mani su una cifra di oltre 20 milioni di euro non dovuti, anche se la truffa avrebbe potuto portare ad un guadagno per i malviventi da circa 60 milioni.

Per il giudice delle indagini preliminari gli accusati avrebbero adottato una procedura definita “parallela e caratterizzata dalla completa elusione e disattesa delle più basilari disposizioni, legalmente sancite”, in merito al reddito di cittadinanza.

La giudice milanese Teresa De Pascale nella sua ricostruzione ha evidenziato come “l’illecito business” architettato sarebbe “imprescindibilmente legato alla conoscenza di cavilli procedurali” da parte degli indagati, confermando così l’ipotesi sempre più calda di una regia esterna al clan. La truffa riguarda anche il reddito di emergenza.

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