Reddito di cittadinanza, le regioni che costano di più allo Stato

Tra riforme e controlli rinforzati, il reddito di cittadinanza continua ad essere una misura a cui soprattutto nelle regioni più svantaggiate i disoccupati fanno ricorso

Una fotografia dell’Italia che, ancora una volta, divide il Paese in due: questo è quello che emerge dalle stime dell’ultimo report di Anpal, che ha analizzato in quali territori reddito di cittadinanza continua ad essere una misura diffusissima, soprattutto a causa dei forti tassi di disoccupazione e disagio economico-familiare. Quali sono, quindi, le regioni che oggi costano di più allo Stato? 

Reddito di cittadinanza, le regioni che hanno speso di più

Secondo i dati definitivi Inps dell’Osservatorio sul reddito e pensione di cittadinanza,  sono quasi 4 milioni i beneficiari che nel 2021 hanno percepito almeno una mensilità del sussidio (i nuclei sono stati 1.594.217, le persone 3.747.474).

Nel solo mese di dicembre i nuclei percettori del Rdc sono risultati essere 1.232.521, di cui 257.723 residenti al Nord (20,9%), 190.685 al Centro (15,5%) e 784.113 al Sud e nelle Isole (63,6%).

La regione con il maggior numero di nuclei percettori, invece, è stata la Campania (267.599 nuclei, il 21,7% del totale), seguita dalla Sicilia (232.401, il 18,6%), dal Lazio (127.986, il 10,4%) e dalla Puglia (114.306, il 9,3%). C’è da aggiungere che, solo in queste quattro regioni, risiede anche il 60,2% del totale dei nuclei beneficiari.

Reddito di cittadinanza e disoccupazione, due facce della stessa medaglia: perché investire in politiche attive del lavoro è necessario

Un dato interessante è quello che emerge se paragoniamo il numero di sussidi RdC erogati e il tasso di disoccupazione, pe regione per regione.

Secondo i dati Anpal, il numero dei disoccupati si attesta a 2 milioni 338 mila (-43 mila in termini congiunturali, – 53 mila in termini tendenziali) in Italia. Il tasso di disoccupazione è ora pari al 9,2%, inferiore di due decimi di punto rispetto a ottobre e di quattro decimi rispetto a un anno fa.

Gli inattivi, ovvero persone di età compresa tra 15 e 64 anni che secondo le statistiche ufficiali non lavorano e non cercano lavoro (il cd. fenomeno Neet), risultano essere 13 milioni 277 mila: sono 46 mila in meno rispetto a ottobre 2021, 633 mila in meno rispetto un anno fa. Il tasso di inattività è pari al 35,0%, in diminuzione di 0,1 punti rispetto a settembre e di 1,5 punti rispetto allo scorso anno. Nel Mezzogiorno questo fenomeno è molto forte. Lo conferma il Primo rapporto annuale congiunto Anpal, regioni e province autonome, da dove è emerso che il tasso di mancata partecipazione rappresenta una quota piuttosto ampia della popolazione pari a oltre 15 punti percentuali in più rispetto la media nazionale (35,6%, con punte del 40% in Calabria e Sicilia).

Non è un caso se le regioni del Sud sono anche quelle dove le politiche attive del lavoro scarseggiano e, quando avviate, non sempre sono efficienti. Al di là delle attività di assistenza portate avanti dai Centri per l’impiego, il grosso dell’offerta di servizi risulta essere di carattere prevalentemente informativo e consulenziale. Il peso specifico dei servizi alle imprese, specie dal lato dell’intermediazione, risulta invece ancora molto ridotto. Queste condizioni, tra loro combinate, incidono fortemente sulla capacità di assicurare una risposta di servizio adeguata sia alla domanda proveniente dal mercato del lavoro locale (imprese, persone).

Una riflessione, a questo punto, varrebbe la pena farla: rimanendo ferma l’importanza di garantire assistenza e aiuto alle famiglie in difficoltà, non sarebbe il caso di rivedere la redistribuzione dei fondi – e l’intero sistema – così da assicurare maggiore assistenza nella ricerca attiva e nell’avviamento di un lavoro?

Ormai da oltre un triennio, negli orientamenti per l’occupazione adottati dalla Commissione europea viene evidenziato il ruolo cruciale dei servizi per l’impiego nella strategia di attivazione delle persone e nel supportare i processi di incontro tra la domanda e l’offerta di lavoro. Pertanto, non sarebbe il caso di investire anche e soprattutto nel rafforzamento, la personalizzazione, l’approccio preventivo e l’accessibilità generalizzata a tutte le categorie di interventi, con l’obiettivo di favorire la più ampia inclusione nel mondo del lavoro e di
combattere ogni forma di discriminazione?