Pizza Hut non è fallita per il Covid e non chiuderà i ristoranti

La Npc International, società proprietaria del marchio, ha fatto ricorso al Chapter 11: si tratta di un accordo con i creditori

L’impatto del coronavirus sull’economia è stato talmente devastante da mettere in crisi brand affermati come Zara ed H&M. L’ultimo a farne le spese è Pizza Hut, gigante statunitense nel settore della ristorazione, che ha presentato istanza di fallimento insieme alla catena di ristoranti Wendy’s. Entrambi sono di proprietà della Npc International, costretta al passo indietro per via della crisi esplosa dopo il Covid: la sola Pizza Hut avrebbe visto il suo debito crescere fino a 900 milioni di dollari. Ma i problemi di bilancio c’erano da tempo.

Il crollo nonostante l’aumento delle vendite nel lockdown

Lo si capisce da un paradosso: durante il lockdown, al contrario di altri competitor, Pizza Hut ha registrato un aumento delle vendite, soprattutto ad aprile e maggio. Il problema sono i precedenti anni di calo. Ma è corretto parlare di fallimento dell’azienda? Non proprio. La Npc, infatti, per garantire la continuità aziendale e un posto di lavoro a migliaia di persone, si sarebbe avvalsa di una procedura prevista dalla Costituzione americana: il Chapter 11. Si tratta essenzialmente di un accordo con i creditori, che esenta il debitore dai debiti pregressi.  In sostanza, il marchio Pizza Hut resterebbe in vita: sarebbe semplicemente gestito da altre società.

La storia di Pizza Hut: dalla nascita all’exploit

La Npc International è un’azienda fondata nel 1958 a Dallas, in Texas, dai fratelli Frank e Dan Carney: con i 600 dollari prestati dalla madre aprirono il loro primo ristorante, un piccolo chiosco, chiamandolo ‘Pizza Hut’. Partirono dal Kansas, era il 1962. Da lì altri negozi, poi le consegne a domicilio (per primi), quindi il boom nel 1977, con 4 mila ristoranti.

I Carney decisero di vendere tutto alla PepsiCo, intascando circa 300 milioni di dollari. Pizza Hut divenne un’icona pop, tra i testimonial personaggi del calibro di Ringo Starr o di Ivana Trump, ex moglie dell’attuale presidente degli Stati Uniti. Offrì anche un paio di occhiali da sole ispirati al film ‘Ritorno al futuro‘. Si è sempre adeguata ai tempi: Pizza Hut è stata la prima a creare una pagina brand del settore su Facebook, a lanciare una app su iPhone e a entrare nella console dei giocatori di videogame (rendendo possibile ordinare la pizza senza smettere di giocare). Due anni fa è diventato anche sponsor ufficiale della Nfl, il campionato di football americano più seguito negli Usa. Ma dall’altra parte i debiti si sono accumulati sempre di più, fino al collasso. Oggi i punti vendita sono oltre 18 mila nel mondo (la Npc ne gestisce 1200) e il marchio appartiene al gruppo Yum! Brands, insieme al famosissimo KFC.

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