Ex Ilva costretta a chiudere per pericolo ambientale: 20mila posti di lavoro a rischio

Uno dei dossier più caldi che deve affrontare il neo premier Draghi nella sua nuova avventura di governo è quello di ArcelorMittal a Taranto

Uno dei dossier più caldi che deve affrontare Draghi nella sua nuova avventura di governo è senz’altro quello dell’ex Ilva di Taranto. Il tribunale amministrativo di Lecce ha stabilito che ArcelorMittal deve spegnere l’area a caldo dell’acciaieria entro 60 giorni, e cioè entro il 14 aprile, per un pericolo ambientale “permanente e immanente”.

Questa la decisione con cui i giudici hanno respinto due ricorsi della multinazionale franco-indiana che gestisce lo stabilimento dal 2018 e di Ilva in amministrazione straordinaria, contro l’ordinanza firmata dal sindaco di Taranto Rinaldo Melucci il 27 febbraio 2020, che intimava ad ArcelorMittal di individuare e risolvere in 30 giorni le criticità ambientali e, in difetto, di chiudere gli impianti inquinanti entro i successivi 30 giorni.

A rischio 20mila posti di lavoro

L’azienda è già pronta a chiedere l’appello al Consiglio di Stato contro la chiusura. Ma la sentenza crea evidentemente qualche imbarazzo al nuovo governo, considerando che ora anche lo Stato figura nella nuova compagine societaria tramite Invitalia. A rischio, tra dipendenti diretti e dell’indotto, ci sono almeno 20mila persone.

La coppia Draghi-Franco dovrà trovare una soluzione sia in merito al completamento dell’operazione con ArcelorMittal, che si sarebbe già dovuta perfezionare da una settimana se non ci fosse stato il rallentamento dovuto alla caduta del governo Conte e che avrebbe dovuto porre le basi per un nuovo piano industriale, con Taranto polo siderurgico e principale produttore di acciaio verde in Europa.

Altro problema sono le politiche verso i fornitori di ArcelorMittal, che ha ricominciato a non pagare le fatture. E il tema spinosissimo, eppure mai così attuale, della nazionalizzazione della nuova Ilva, con l’ingresso dello Stato nel capitale dell’azienda al 50%.

Tutte le conseguenze della chiusura dell’Ilva

Chiudere l’Ilva significa fermare tutto un indotto che movimenta non solo una città, per non dire una Regione. Se chiude l’altoforno e si fermano sia la produzione che la lavorazione dell’acciaio, oltre 10mila addetti, cioè tutti quelli passati nel 2018 ad ArcelorMittal più tutti gli altri rimasti in amministrazione straordinaria in cassa integrazione più tutti gli altri dell’indotto, rischiano di perdere il lavoro.

Soltanto a Taranto le imprese segnalano circa 25 milioni di fatture non pagate. Cifra a cui si devono necessariamente aggiungere quelle altrettanto onerose delle diverse imprese del Nord siderurgico e meccanico collegate.

Anche gli stabilimenti di Genova Cornigliano e Novi Ligure rischiano effetti dirompenti. Con la conseguenza che il Belpaese si troverebbe ad acquistare acciaio all’estero. È pur vero che i due stabilimenti del Nord Ovest potrebbero continuare a lavorare l’acciaio, non più quello proveniente da Taranto, ma da altri stabilimenti di ArcelorMittal, oppure acquistato sul mercato.

Difficile immaginare cosa succederà. In attesa del prossimo Consiglio di Stato, l’accordo di programma del 2005 firmato a Genova, che consentì di spegnere l’altoforno mantenendo tutti gli occupati, potrebbe rappresentare un illustre precedente, ma nulla è certo. Intanto, istituzioni locali, Comune di Taranto e Regione Puglia, e sindacati attendono la chiamata del premier Draghi sperando in un accordo che riesca realmente a tutelare ambiente, salute e posti di lavoro.

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